Lavorando con Valentina De Poli
In questa puntata Roberto e Filippo chiacchierano con Valentina De Poli. Parleremo della sua esperienza corporate e da libera professionista ovviamente in salsa Apple.
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In questa puntata Roberto e Filippo chiacchierano con Valentina De Poli. Parleremo della sua esperienza corporate e da libera professionista ovviamente in salsa Apple.
Note dell’episodio
- Pagina Wikipedia di Valentina De Poli: profilo biografico dell’ospite e del suo percorso professionale.
- Intervista a Valentina De Poli su Fumettologica: approfondimento sul passaggio professionale legato a Topolino.
- Vita tra i paperi: podcast citato per il racconto del mondo Disney e dell’esperienza editoriale di Valentina.
- Organizzazione per Negati: podcast e progetto condiviso da Valentina con Matteo Scandolin e Andrea Ciraolo.
- Matteo Scandolin: autore e podcaster richiamato nel racconto dei legami professionali e personali dell’ospite.
- Andrea Ciraolo: terzo componente di Organizzazione per Negati, citato nel confronto sui workflow.
- Atlante Sonoro degli Archivi Italiani: produzione audio citata tra i lavori podcast dell’ospite.
- INSIEMI, Storie da abitare: podcast citato tra i progetti curati o seguiti da Valentina.
- Sfacciate: produzione audio richiamata nel percorso dell’ospite.
- Un’educazione paperopolese: libro citato nelle note della puntata sul rapporto con l’immaginario Disney.
- MacBook Air: portatile Apple discusso come possibile scelta per una libera professionista che scrive, registra e lavora in mobilità.
- iPad: dispositivo centrale nel flusso di consultazione, lettura e lavoro leggero di Valentina.
- Basecamp: piattaforma usata da Valentina per organizzare progetti podcast e materiali condivisi.
- Sonix: servizio di trascrizione citato nel flusso di lavoro audio.
- Audio Hijack: app citata nel confronto sugli strumenti di registrazione audio.
Sinossi1
1. Valentina De Poli, Topolino e una vita professionale nata da lettrice
Filippo e Roberto accolgono Valentina De Poli con una certa emozione: la conoscono attraverso podcast, amicizie comuni e un percorso professionale che incrocia editoria, comunicazione e tecnologia. Il primo blocco è dedicato a Topolino. Valentina racconta di essere entrata giovanissima in redazione, prima da lettrice appassionata e poi come professionista, fino a diventare direttrice del giornale.
“Sono diventata direttore del giornale che abbiamo citato quindi direttore di Topolino.” — Valentina De Poli, 00:05:47
La conversazione chiarisce quanto il fumetto Disney italiano sia stato un oggetto culturale condiviso: Roberto ricorda Topolino come presenza domestica, Filippo e Valentina discutono della differenza tra Paperino e Topolino, della perfezione del topo e della maggiore umanità dei paperi. Valentina porta il punto di vista di chi stava dietro la produzione: accademia, artisti italiani, storie prodotte anche per l’estero, personaggi riportati “con i piedi per terra”.
2. Dal lavoro dipendente alla libera professione
Il passaggio successivo è il cambio di vita professionale. Roberto lo collega alla propria esperienza: da dipendente a libero professionista, da struttura protetta a responsabilità personale. Valentina descrive la transizione come una zona oscura in cui non si finisce mai di imparare. Da dipendente aveva una cornice, strumenti forniti e responsabilità chiare; da libera professionista deve ricostruire identità, rete, metodo e sostenibilità economica.
Uno dei passaggi più concreti riguarda pensione, contributi e percezione di essere “punita” dal cambio di status. Valentina racconta la difficoltà di pensare a una prospettiva di lungo periodo mentre si affronta la necessità quotidiana di aggiornarsi. Nel campo della comunicazione, spiega, non si può rifiutare il cambiamento: tecnologie, pratiche e strumenti si trasformano, e chi lavora da solo deve restare abbastanza flessibile da non essere tagliato fuori.
3. La responsabilità sugli altri e il sollievo di lavorare per sé
Quando Roberto chiede quale sia la parte migliore della partita IVA, Valentina risponde in modo netto: non dover più sopportare un contorno umano tossico. Non parla solo di superiori o colleghi, ma della responsabilità emotiva verso altre persone. Da direttrice, in anni complessi e con un settore editoriale in crisi, il peso delle decisioni, dell’ansia e della tutela del gruppo era diventato logorante.
“la responsabilità per altri” — Valentina De Poli, 00:32:59
La libertà professionale porta un’altra ansia, quella economica e organizzativa, ma toglie un peso specifico: la responsabilità per altri. Questo passaggio è utile perché sposta il discorso dal semplice “essere autonomi” alla qualità della vita mentale. Valentina non idealizza la libera professione: dice di dover ancora imparare a essere imprenditrice di se stessa, a vendersi e a gestire la parte commerciale, ma riconosce che il nuovo assetto le consente di proteggersi da dinamiche che prima la facevano dormire male.
4. MacBook Air, strumenti Apple e lavoro reale
La parte tecnologica comincia con il MacBook Air. Valentina usa un modello Intel con ventola, segno di una macchina non recentissima. Filippo e Roberto la interrogano su cosa sceglierebbe oggi: lei pensa a un portatile con schermo più grande e più respiro, perché scrivere a lungo su un display piccolo ha avuto conseguenze su postura, vista e schiena. Roberto suggerisce il MacBook Air da 15 pollici come soluzione plausibile per chi scrive, registra podcast e non ha più bisogno quotidiano di strumenti pesanti come InDesign.
Il confronto è concreto: una volta il datore di lavoro forniva macchine performanti e software professionali; oggi Valentina seleziona ciò che serve davvero. Per documenti e scrittura, la potenza estrema non è il criterio principale. Contano schermo, affidabilità, leggerezza, durata e semplicità. Apple entra non come oggetto di culto, ma come ecosistema abbastanza intuitivo da ridurre attrito a una persona che lavora con testi, audio, comunicazione e molti progetti.
5. iPad come dispositivo trasversale
L’iPad è il dispositivo a cui Valentina sembra più affezionata. Lo usa per consultazione, rassegna stampa, emergenze, lettura, videochiamate e lavoro leggero. Racconta di averlo avuto presto, anche in relazione all’app interattiva di Topolino, e di averlo portato con sé come primo device davvero sempre presente. Lo smartphone serve soprattutto alle comunicazioni, spesso su WhatsApp per ragioni di lavoro; l’iPad diventa invece uno spazio più ampio e più ordinato.
“L’iPad invece è un degno sostituto del MacBook” — Valentina De Poli, 01:02:24
Filippo e Roberto discutono di iPadOS, dei limiti professionali del tablet e della sua forza in mobilità. Per chi scrive, consulta, partecipa a riunioni e vuole un dispositivo meno ingombrante del portatile, l’iPad resta un “muletto” affidabile. Valentina lo descrive anche come un modo per sembrare più ordinata: non mostra le 102 cartelle aperte del Mac, ma un ambiente più contenuto.
6. Scrittura, collaborazione e attrito degli strumenti
La conversazione tocca Pages, Word, Excel, Drive e gli strumenti Apple. Filippo e Roberto riconoscono che gli strumenti preferiti funzionano finché non bisogna collaborare con altri. A quel punto Word, Excel e Drive entrano nel flusso perché sono lo standard del contesto, anche se creano attrito visivo e operativo. Valentina si riconosce in questa tensione: l’intuitività è fondamentale, ma il lavoro conto terzi impone compromessi.
Roberto porta anche l’esempio della figlia, abituata all’iPad e poco interessata al computer perché tastiera e mouse le sembrano complicazioni. Il passaggio apre una riflessione generazionale: per chi è cresciuto con computer tradizionali, il tablet è un’estensione; per chi parte dal tablet, il computer può sembrare un dispositivo più difficile del necessario. Questo tema si collega bene alla posizione di Valentina: scegliere lo strumento non per status, ma per il tipo di gesto che rende più naturale.
7. Podcast, organizzazione e strumenti audio
Nell’ultima parte Roberto chiede a Valentina cosa usi per fare podcast. La risposta è pratica: microfono Rode, cuffie, registrazioni locali quando servono, QuickTime nella puntata con A2, Audio Hijack in alcuni contesti, e soprattutto strumenti organizzativi. Per gli scambi tecnici e i passaggi con Matteo usa Mixup; per condividere progetti e materiali usa Basecamp, che difende perché intuitivo e simile alla logica Apple: trascinare, mettere dentro, vedere le cose in modo semplice.
“Basecamp perché è il più intuitivo di tutti” — Valentina De Poli, 01:23:48
Per le trascrizioni cita Sonix, servizio a pagamento con cui si trova meglio dopo varie prove. Il racconto mostra un workflow da non tecnica che però lavora con strumenti tecnici ogni giorno: non le interessa il controllo assoluto sul montaggio, ma sapere dove stanno materiali, raccordi, file sonori, testi e comunicazioni. La puntata si chiude sui progetti attivi, sul profilo Instagram e LinkedIn, e sul ruolo di Valentina come voce e mente dietro progetti podcast personali e conto terzi.
Questa sinossi è generata con l’intelligenza artificiale a partire dalla trascrizione della puntata. ↩︎
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A2 podcast.
Scopri come ottenere il massimo dalla tua tecnologia Apple.
Due professionisti, Filippo e Roberto, te lo spiegano con argomenti monotematici ed
ospiti che raccontano il loro flusso di lavoro.
Benvenuti all'episodio 72 di A2.
È uno sciolto in lingua, sostanzialmente, in cui scoprire come ottenere il
massimo della vostra tecnologia Apple.
Io sono Filippo Strozzi e sono il vostro ospite.
Assieme all'amico Roberto Marin.
Di che cosa è con chi parliamo in questa puntata, mio caro
Roberto?
Come avete sentito, caro miei telespettatori, direi più una volta in televisione,
c'è un po' di emozione che sarpeggia all'interno della puntata, perché abbiamo
qui una persona davvero carina, e soprattutto una persona che emozione anche
me perché l'ho sempre sentita via podcast.
E anche perché ha una certa affinità, perché ha fatto un percorso
professionale molto vicino al mio.
Non abbiamo fatto le stesse cose, ma diciamo che abbiamo alla fine
ottenuto gli stessi risultati.
È un terzo delle persone che portano avanti l'organizzazione per negati, abbiamo
qui con noi Valentina De Poli.
Benvenuta.
Grazie, grazie, ragazzi, è un onore per me essere qui.
Io spero di non fare crollare dalla 72esima puntata.
Tutta la credibilità che avete guadagnato così faticosamente in questi anni.
Ma perché siamo credibili, scusami, perché siamo credibili?
Io mi dissocio, io sono più vicino ai negati che alla credibilità.
Infatti, adesso Roberto hai già svelato parte di te, cioè se il
nostro percorso in qualche modo ci accomuna, ho capito anche il perché
di tanti diciamo vizi
che mettiamo, insomma,
nella quotidianità con la tecnologia, ecco, per così dire.
Poi dopo in pareroscopio.
Lo so che sarete voi a fare le domande a me, ma
intanto piano piano cercherò di capire che cosa ci accomuna davvero.
Sarò felice.
Assolutamente un sacco di cose.
La prima cosa che ci accomuna è una persona che è Matteo
Scandalini, che è amico di tutti quanti, salutiamo.
Che alla fine, ridendo e scherzando, è quello che tiene un po'
incollati tutti i suoi amici, tutti nello stesso intorno, tra una cosa
e l'altra.
Comunque lui è quello che tesse la rete e noi ci cadiamo
dentro come dei poveretti e siamo lì intrappolati in questa bellissima rete
di amicizia e la cosa mi fa molto piacere.
Questa amicizia che ci ha portato oltre ad avere delle puntate con
Matteo.
Ne abbiamo avuto ben due, se non tre, se non quattro, non
mi ricordo più, ma è sempre con noi.
E finalmente è arrivata anche Valentina De Poli, abbiamo fatto due terzi
di organizzazione per Negati.
Chissà se arriviamo a coprirli tutti e tre.
Adesso vediamo, ci lavoriamo da dietro.
L'ultima è il pari per noi,
non usa.
Esatto, però sarebbe bello, come diceva qualcuno dalle retrovie, sarebbe bello fare
un confronto, diciamo, costruttivo tra le due tecnologie.
Ma non parliamo di questo, parliamo invece di qualcosa di molto più
interessante.
Che abbiamo qui con noi Valentina, che alla fine, ridendo e scherzando,
non lo sappiamo, ma è stata dietro a qualcosa che abbiamo letto
tutti quanti nella nostra infanzia.
Certo modo immagino che non penso che nessuno qua in Italia non
conosca il lavoro.
Non conosce probabilmente il lavoro che ha fatto Valentina, ma conosce quello
che è l'oggetto fisico che aveva tra le mani da leggere.
E quindi io partirei proprio da lì.
Valentina, cosa hai fatto tu nella vita?
Giusto per capire e dare un'inquadratura?
Perché, insomma, adesso ti abbiamo sentito su Organizzazione per Negati, hai fatto
un altro sacco di podcast, tra cui uno, e che secondo me,
è da lì che bisogna iniziare a partire, che è Vita da
Paperi.
Allora, raccontaci un po', cosa hai fatto nella vita?
Allora, stavo all'elp desk informatico di una multina da scherzo, no, allora,
io sono cresciuta praticamente prima da lettrice, poi, per una serie di
casualità, di circostanze, da lettrice di questo giornale misterioso, perché non hai
ancora rivelato che il giornale, insomma, su cui tutti ci siamo formati,
lo dico, è Topolino, sono stata catapultata da giovanissima, perché non avevo
nemmeno vent'anni nella redazione.
E quindi ho fatto un po' un percorso professionale che anche quando
mi sono allontanata da quella redazione, era come se fosse rimasto sempre
un po' un filo che mi teneva legata.
Infatti sono scappata, erano nella fine degli anni 90 per entrare nel
nuovo millennio libera da paperi e topi, ma in realtà a un
certo punto, un po' come fa Matteo con la sua rete, tessere
la rete.
La stessa cosa, sono ricaduta dentro la rete disneiana, per cui richiamata
in Disney poi nel 2008, dopo un percorso su giornali di altro
tipo, tra cui le Witch, che tra l'altro in questi giorni stanno
godendo di un revival pazzesco, continua a ricevere messaggi da parte di
ex Witch, anzi, rimani Witch per tutta la vita, sono ormai più
che trentenni, che si ricordano perché è uscito un reboot.
E quindi si vede che si stanno sentendo protagoniste.
Quindi, dopo un percorso in Disney soprattutto sulle Witch e sui giornali
per i bambini più piccoli, nel 2008, 2007, in realtà, era giù
il 2007 maggio, non mi ricordo già più, vedi quanti anni passati.
Sono diventata direttore del giornale che abbiamo citato quindi direttore di Topolino.
Per cui da lettrice, in pratica, sono arrivata fino a quella poltrona
lì, la famosa poltrona che mi ha ospitato per tanti anni, la
poltrona di zio Paperone che campeggiava sulla pagina dell'editoriale da cui salutavo
tutte le settimane.
I miei lettori e i miei bei piedi sulla scrivania, seduta sulla
poltrona dello zione.
E quindi, sì, diciamo che il mio percorso è non solo Disneyo,
però, per ben più di un ventennio, mi ha vista vicino a
Paper Eto.
Qual è il tuo personaggio preferito della saga?
La saga, dell'unica dei mille passari personaggi.
Perché tra l'altro, l'anno scorso ho pubblicato un libro dove ho raccontato
un po' la mia esperienza, un po' autobiografica, ma un po' anche
condivisibile con chi quell'esperienza da lettore simile alla mia l'ha vissuta.
Per cui ho svelato qualche segreto, ma nello stesso tempo ho parlato
anche un po' dell'emozione, di quell'educazione paperolpolese con cui siamo cresciuti.
Quindi, ho avuto modo anche di contarli i personaggi che sono più
di mille, anche quelli che magari hanno fatto passaggio veloce tra le
vignette, il mio personaggio preferito però è banale.
Non so perché mi viene da dire purtroppo, ma non c'è nessun
purtroppo, perché so che sarete delusi.
È Topolino, nel senso che il mio primo amore, anche se non
è quello su cui ho imparato a leggere, perché la lettura la
devo a qui
storie di paperi.
Però poi alla fine il grande amore è sbocciato con Topolino, il
detective, l'eroe.
Cioè, io sostanzialmente mi sono sempre innamorata degli eroi.
Perché anche crescendo dopo, sono stati Dylan Dog, che è un eroe
anti-eroe, e poi Cortomaltese da grandicella.
Quindi fatevi delle domande.
Si innamora dei personaggi di carta.
Però quindi ho capito insomma che un po' tendo verso quel tipo
di figura.
Quindi Topolino.
Ok, Topolino, invece tu, Filippo, avevi qualche preferenza?
No, io sono stato sempre un lettore, chiamiamolo così, casuale, nel senso
che Topolino, nella mia infanzia, era in casa, credo in tante case
mettiamole così, e quindi si leggeva a pezzi e bocconi.
Io poi sono appassionato di fumetti, lo premetto.
Però sono più la deriva Marvel americana, devo dire la verità.
Poi è vero che sono tutti americani, anche Disney, quindi non è
che però diciamo, poi Disney invece la Disney Italia, chiamiamoli questi termini,
ha una enorme tradizione italiana.
Perché se non mi sbaglio, qui puoi correggermi, a ragione veduta, però
noi facevamo i fumetti anche per gli americani.
In realtà sì, diciamo anche quando ho preso in mano le redini,
come si dice, ma anche quando lavoravo prima, in realtà l'80% o
poi il 70%, insomma questa percentuale delle storie italiane erano le storie
che venivano esportate anche all'estero.
Puoi dirti: in realtà che tutte queste questo grande bacino di storie
che ha alimentato tradizionalmente soprattutto il mercato nord europeo, perché loro sono
i forti lettori, soprattutto di paperi, anche la Francia, anche la Grecia,
però diciamo il mercato nord europeo è quello che ha insomma, che
ha la tradizione più simile a quella italiana.
Ecco dirti che andasse ad alimentare anche ad alimentare questo grande bacino
di storie prodotte in Italia.
Perché poi proprio il disegno è anche diverso, almeno da quello che
vedevo.
Più che altro, perché loro a un certo punto hanno proprio
interrotto un po' quel tipo di.
Non hanno mai avuto la tradizione, perché il fumetto deriva dalle strisce
che venivano pubblicate sui quotidiani, però il formato magazine proprio perché c'erano
i supereroi.
Esatto, dagli anni 60
, ci sono state delle esperienze, però a poco a poco sono diventate
sempre più blande.
E poi negli anni in cui ho conosciuto io il nostro Topolino,
la nostra produzione di storie, ormai in America si pubblicava veramente poco.
Tant'è che PK, a proposito di supereroi, nella versione spillata molto simile
alla nostra, è cosa recentissima in America perché avevo ricevuto la prima
copia di PK praticamente quasi, sto non sto contando, quasi 96-2006-2016, più
di vent'anni dopo.
È stato un
'acquisizione americana di materiali che ha impiegato questo tempo lunghissimo per trovare una
casa di carta.
E quindi in America si sapevano, ci guardavano, ma pubblicavano poco.
Poi effettivamente dietro c'è un mondo perché c'è l'Accademia in Disney se
non mi ricordo male.
C'era, c'era, poi si nomina ancora, però in realtà appunto in quegli
anni si produceva tantissimo, ma molto anche laterale.
Cioè, dall'Accademia sono nati i fior di artisti che hanno lavorato su
Topolino, però poi si sono trovati a lavorare anche nelle produzioni classiche,
cioè quelle che erano derivate dai grandi film Disney, per esempio.
Quindi li trovavi a disegnare Toy Story, Wall-Lì, i film mitici.
Ed erano i disegnatori italiani che effettivamente producevano tavoli a fumetti per
l'America, però non su paperi e Toni.
Quindi io alla fine sono più per Paperino, devo dire la verità.
Ma quasi tutti, anche tu, Roberto
, Paperino ha la sua declinazione paperinica, ovviamente, perché io praticamente Topolino l'ho
sempre visto come l'antipaperino per me, nel senso che è arrivato a
un punto che le storie di Topolino le saltavo proprio
e non le leggevo nemmeno proprio, perché proprio questa sua era troppo
perfetto.
Non so, hanno fatto questo personaggio che era veramente la perfezione fatta
a fumetto, e io purtroppo, era la sua caratteristica esatto, io con
la perfezione non ci vado tanto d'accordo.
Io sono imperfetto di natura e conseguentemente io amo le cose imperfette
quindi il mio indirizzo, ma guarda, ti dico: ma ci capisco, però
era anche un po' perché lo disegnavano così, come diceva Jessica Rabiti,
in realtà, secondo me, la sua anima poi non è così perfetta.
Sì, probabilmente sì, perché se poi se leggevi poi le storie in
effetti non era così precisa.
Se sei se eri superficiale, probabilmente lo vedevi così, probabilmente l'ho visto
così perché ero abbastanza giovane quando ho iniziato.
Però poi a prenderò.
No, è stata una deviazione molto italiana di un particolare periodo che
lo ha fatto diventare.
Sì, perché poi secondo me era proprio così quando eravamo, ragazzi, noi,
perché io e Roberto poi abbiamo la stessa età, quindi bene o
male, abbiamo anche le simili esperienze.
Ma poi abbiamo fatto tutto un lavoro per cercare di farlo tornare
con i piedi per terra.
Tant'è che la storia che io, la storia che io considero simbolica
dell'inizio della mia direzione, è una storia che è stata scritta da
Tito Faracci con Baricco, è la parodia di Novecento nel mondo insomma,
dei topi, dove il protagonista è Pippo.
L'abbiamo rimesso subito, cioè il protagonista della storia, che è una storia
meravigliosa.
È Pippo.
E Topolino è il suo comprimario per
cercare di far capire anche che ci può stare anche un po'
più di lato e lo fa anche molto bene.
Però scusate, non volevo divagare.
Voi mi fate parlare di Topolino adesso andiamo avanti tutta la sera
così.
No, no, non dobbiamo.
No, ma è giustissimo.
Le tangenti su questo podcast sono l'abitudine, quindi non ti preoccupare, mai
tranquillo.
È un marchio di fabbrica ormai.
Sì, sì, ormai è la nostra strada.
Ma la cosa interessante è che secondo me dai un punto di
vista che da lettore nessuno di noi può avere.
Quindi è davvero interessante perché chi è stato dietro a leggere Topolino
e vedere questi piccoli scorci che hai appena accennato.
Perché, se no, andassi avanti, io starei qua.
Anzi, un giorno di questi ci prendiamo un podcast, facciamo tre ore
di seguito, ci racconti tutto quanto.
Così il tuo punto di vista da direttrice.
Non so se bastano tre ore, Roberto, non vorrei che tu ti
illudessi,
puntate di tre ore, giustamente, tre, andiamo avanti, finché basta.
Comunque, abbiamo capito che questa importantissima vita che hai avuto, arrivare in
effetti, sulla poltrona di zio Paperone, e soprattutto immagino avere qualcuno che
ti girava attorno come Paperino, che magari ti dava più problemi che
altro, penso che tu l'abbia visto anche questo, in qualche modo.
Possiamo definirla come una vita precedente di termina.
Una vita precedente che abbiamo almeno io vissuto, perché si parla essenzialmente
di una vita professionale precedente, dove si è tutelati in qualche modo,
nel senso che si è dipendenti.
Tu hai portato avanti questo lavoro ad alti livelli, io semplicemente ero
un dipendente come tanti altri.
Però poi succede che alla fine bisogna, come dire, un po' come
Topolino, tornare con i piedi per terra, mettiamola così, tra virgolette, e
siamo passati sul lato scuro, il lato scuro della vita lavorativa, dove
prendere i punti di vista, di fatti, sì, sì, sì, beh, no,
è una bella definizione, perché poi è un mondo dove non si
finisce mai di imparare.
Quindi sì, c'è sempre qualcosa di oscuro da questa parte della barricata,
diciamo così.
Però hai detto bene: esatto, possiamo definire i dipendenti come tutti quelli
perfetti, precise, che hanno la nave stellare giga enorme, dove sono un
gruppo di gente, tutti vestiti uguali, tutti di bianco che sparano probabilmente
male, ma in ogni caso, sparano, non beccano mai il centro.
Invece, noi professionisti della partita IVA siamo i gedi che, insomma, con
quello che abbiamo ci la dobbiamo cavare e dobbiamo tirare fuori i
superpoteri per riuscire a portare la pagliota a casa, perché è di
questo che si tratta.
C'hai dipinto veramente anche più di quello, io mi fermavo.
Quasi epico, quasi epico.
Io mi fermavo un Topolino e Paperino, guarda, noi siamo Paperino, i
liberi professionisti.
Non so perché hai visto il pensiero sul personaggio che ci ha
espresso anche Filippo prima, cioè i perfettini.
No, scherzo, non è così.
Beh, sono comunque decisamente due mondi diversi, hai parlato bene di in
questa nuova vita, io lo dico sempre.
Poi Matteo Scandolin aggiungerebbe in questa nuova vita da regina, però hai
sempre una nuova vita
: è sempre una nuova vita, è una nuova vita perché praticamente ci
si trova ad affrontare cose di cui non si è mai magari
sentito parlare prima, o perlomeno si prendeva, diciamo, alla leggera, nel senso
che ci sono dei problemi, mettiamola così, della libera professione che quando
sei dipendente non li prendi neanche in considerazione.
E quindi è proprio una vita diversa.
Visto che ne hai parlato tantissimo all'interno di organizzazione per negati, anzi,
si è riuscito a capire sentendoti dalle tue parole, in questo il
tuo passaggio, cioè la difficoltà di approdare in questo mondo di libera
professione, però la cosa bella, la cosa vera, che piace tutti quanti
a noi ascoltatori, perché io sono uno per primo degli ascoltatori di
organizzazione per Necati, vi consiglio di andarvelo ad ascoltare che molte cose
magari le potete anche imparare.
E appunto sentire la crescita, cioè dall'inizio, dove praticamente, come tutti quanti,
almeno chi come me e come lei, ha vissuto questo passaggio che
non possiamo definire indolore perché non esiste il passaggio in dolore da
essere dipendenti a libero professionisti, e è bello, però, sentire che dopo
questa caduta, Valentina ha trovato la forza di tirarsi su, tirarsi sulle
manichette e cominciare a darsi da fare.
E quindi colgo l'occasione per farti complimenti, perché è stato difficile per
me quando ero giovane, mettiamolo così, ma ero molto più giovane.
E credo che vivere questo passaggio a un'età più adulta è sicuramente
qualcosa di molto più traumatico di quello che può essere in un'età
diversa.
Decisamente, sì.
Guarda, lo dicevo oggi, ero a pranzo con un mio antico collega
che però è molto più giovane di me, e l'ho proprio ridetto:
guarda, se tutto questo fosse successo solo dieci anni prima, quindi hai
40 e non ai 50 anni, probabilmente l'avrei presa molto diversamente.
Perché fa proprio una bella differenza quel decennio in cui succedono tante
cose sul lavoro.
Tu comunque ci puoi mettere un'energia che dopo hai ma si trasforma
e comunque il tuo obiettivo, cioè quello che tu ti immagini davanti,
è proprio uno scenario completamente
.
Opposto quasi, a 40 anni tu pensi di avere ancora tutto davanti,
a 50 anno è così.
Ma non perché ti succedono cose brutte, ma perché inevitabilmente, adesso lo
so che vi farò ridere, farò ridere tutto a due, però inizi
a pensare alla pensione, ma non io, io sono proprio l'ultima persona
della Terra.
Non ci ho mai pensato, ma vi giuro che nella cerchia dei
miei amici, delle persone che ancora oggi frequento, che hanno fatto esperienze
come le mie, quello hanno cominciato a pensare a fare i calcoli.
E quindi quando ti crolla quel mondo lì, dici adesso devo ricominciare
da zero, ma siamo impazziti.
Se vuoi, io ti posso dire che faccio ancora i calcoli anche
io e sono lontano dalla pensione.
Infatti, devo dire che anche Mattia, che lo nomino senza dire il
cognome oggi, che ha anni 42, quando oggi parlavamo di questo tema,
fa, ma guarda che io faccio i calcoli e la pensione.
Ha detto: ma voi siete matti.
Non fateli se non altro, perché in pensione non ci andrete mai,
hai capito Filippo?
Ma no, infatti, concordo.
Io ci ho pensato e poi ho detto:
di, quando devo accedere ai narcassa, che è la casa nazionale ingegneri
e architetti, ti mettono sulla sinistra quanti anni ti mancano la pensione.
Te lo fanno proprio così.
Io quella parte lì proprio la nascondo sotto il video.
Ma no, da noi ancora peggio, c'è la simulazione.
Da noi sono così carini, che ti dicono: vuoi simulare la tua
pensione quando vai in pensione, l'ho fatta quando ero giovane.
No, infatti, io non ci ho mai provato, non sono nemmeno andata
a farmela raccontare, però rimango sempre nel dubbio.
Per cui, siccome comunque io da dipendente, ho trent'anni di contributi, quindi
in altre epoche sarei già in pensione, bella contenta, bella paciarotta.
Però io sono convinta, non avendo mai parlato con nessuno, che io
quei soldi lì non li vedrò mai, ma sono proprio convinta.
Dai, quello no, ma sì, perché?
Perché sono diventata libera professionista e quindi punita.
Questo è nella mia testa, hai ragione,
si vede come una sorta di punizione.
In effetti è vero, bisogna fare la congiunzione che devo ancora fare
io dei miei anni da dipendente, ma la farò finché ancora.
Guarda, io sono stata fortunata perché l'IMPG, che è la cassa dei
giornalisti, è stata assorbita dall'Inps l'anno scorso.
Quindi questa cosa mi è andata automatica.
Hai vinto tutto, vai tranquilli, i tuoi soldi rimangono, vai shanti, come
si dice sempre perché riusciamo a mandare in pensione.
Vabbè, vediamo.
Poi almeno tu hai il vantaggio che hai il grosso, ce l'hai
ne pensato.
Sì, qualcosa dovrei vedere, insomma, non lo so.
Comunque davvero quel discorso lì è stato il discorso più terrorizzante, proprio
perché non mi c'ero mai nemmeno nemmeno avvicinata, perché nella mia testa
è una dimensione proprio lontana.
Invece mi rendo conto adesso dalla fatica che faccio, che la preoccupazione
c'è e quindi quando tu hai quella visione, anche solamente il pensiero,
hai voglia di trovare anche la forza, l'energia, l'entusiasmo per ricostruirti davvero,
da zero, senza contare che poi nel frattempo il mondo è cambiato
tantissimo.
C'è il mondo professionale, soprattutto nell'ambito della comunicazione, per cui hai necessità
anche di portarti in pari, cosa che non riuscirò mai a fare.
Tuttavia, per stare dietro, chiamiamola con il nome più semplice, alla tecnologia,
ci denti non è facile.
Non è facile proprio per un tema anagrafico quando lo dicono, i
negati mi prendono in giro i miei due coach privati, però è
proprio così.
E quindi perché è un conto.
I ragazzi con cui lavoro magari in agenzia, ogni tanto hanno una
capacità anche sui 20 e i 30 anni, intendo che è straordinaria.
A 40 comunque si è giusti, secondo me, perché hai fatto in
tempo anche a vedere certe cose, di cui, peraltro, parlate anche voi
nel vostro podcast, come erano fatte, però avete potuto maturare un pochino
più di esperienza e soprattutto di predisposizione mentale affinché non vi lasciate
non
vi siete mai lasciati.
Io vi parlo perché, secondo me, voi siete di quella generazione.
Non vi ho chiesto l'età, però siete insomma, in quei buoni 10-15
anni:
e quindi, e quindi sì, c'è quel tema della trasformazione di un
mondo che si è trasformato completamente, per cui non facile, perché un
libero professionista che agisce nell'ambito della comunicazione e che al rifiuto per
il cambiamento, ahimè, lo vedo male, però si fa molta fatica.
Sono d'accordo, ma io continuo a ripetere, spero confido in una deriva
retro, ma non retro nel senso di dirà come si stava bene
quando si stava peggio, tutte quelle cose lì, voglio dire.
Secondo me bisogna ritrovare delle radici che erano radici comunque.
Cioè, vuoi bombardare tutti i server come mio marito?
Questo vuoi dirmi?
Ti ho già detto che non sono su WhatsApp.
Ti dice tante cose, secondo me.
Ma questo doveva essere un segnale da entrambi voi, certo.
No, c'è da dire che, per esempio, a proposito della tecnologia retro
cui si riferiva a Filippo, dico sempre questa cosa molto carina che
dà l'indizio dell'altra metà che vive come in casa, che è mia
moglie, che è praticamente l'antitecnologia fatta per persona, nel senso che fosse
per lei, se fossimo nel Novecento, sarebbe molto più contenta.
Do questo aneddoto giusto per dirvi quant'è che devo rientrare nella mia
vita tecnologica con i PD per terra, è arrivato l'Apple Watch al
mio polso, e mia moglie, giustamente perché la conosce, cosa fa questo
aggeggio?
Allora gli ho spiegato tutto quello che fa.
Dopo mezz'ora che faccio lo spiegare, ero tutto contento, li ho fatto
vedere, lei mi guarda con area di sufficienza e mi fa: Ma
scusami, ma è un telecomandino da polso, cade il silenzio.
Smontato da cima a fondo, ho detto Ok, va bene per oggi
va bene così, tengo il mio telecomandino e me ne vado.
Mi sembra un'ottima definizione.
Che è così, il problema è che lei proprio di tagliare le
caviglie, è un aggeggino da 500 euro che è ancora paese.
C'è questo problema qua, tra le altre cose, comunque, capisco bene la
situazione.
Io, la tecnologia, diciamo che ci piace a tutti quanti, perché, in
qualche modo, nella nostra caso di liberi professionisti, è quella bacchetta magica
che ci riesce probabilmente se Rema con noi riusciamo anche a risparmiare
del tempo.
Per me è quello importante: avere la tecnologia che aiuta a risparmiare
del tempo, quindi o del tempo da dedicare ad altro, che può
essere qualsiasi cosa: dal fatto di guardare un tramonto, dal fatto di
passare il tempo con la famiglia, andare a fare un giro in
bici, o informarmi, o studiare.
Insomma, ci sono tante cose.
E quindi, per me la tecnologia è molto interessante per questo punto
di vista.
Ma una cosa che volevo chiedere prima a Valentina, prima di cambiare
argomento, volevo chiederti un pro e un contro della libera professione, perché
io credo che tu sei in questa fase dove sei, secondo me,
hai scolinato.
Finalmente sei arrivato sulla cima, hai fatto la salita dove continuai a
guardare indietro e dici, ma che cacchio, me lo fa fare di
andare su in cima sulla punta e ti continua a guardare indietro
con rammarico, penso, che fosse quello il sentimento più importante.
Io invece ti sento, almeno da come ti ho sentito sul podcast,
che sei un po' scollinata.
Sei andata dall'altra parte e dici, OK, ragazzi, qua c'è la.
Possiamo anche dire rassegnata.
Scherzo, non volevo, anche rassegnata, anche rassegnata.
Ma c'è una parte di rassegnazione: di
accettazione.
L'accettazione è una parte del
questione.
Sì, certo, anche perché sarei veramente messa male se dopo cinque anni
fossi ancora al punero.
E allora devo dire che c'è il tema l'unico tema che ancora
con il quale io devo veramente fare i conti, che è la
cosa che accetto di meno, faccio fatica e lignoto rispetto al tema
che ho.
Cioè, torni dalle vacanze, tutto bello, contento, hai cercato di chiudere tutto
quello che dovevi chiudere a luglio, ti godi le tue cose, torni
a settembre, anche se hai seminato, però a un certo punto dici
ok, adesso per queste due settimane, fino al 15-20 settembre ci sono.
Ma dopo, perché purtroppo c'è la libera professione, soprattutto in un ambito
come quello in cui lavoro io, quindi diciamo della comunicazione, barra editoria,
ma non solo il mio, però parlo di me perché conosco quello:
a che vedere.
Sta diventando la base di tutti.
Ma più che altro perché non hai clienti talmente ricchi che hai
fan, per cui tu riesci a trovare il modo per crearti un
percorso stabile, solido, sul quale puoi effettivamente fare conto con continuità.
Ci sono dei periodi in cui puoi averlo, ma ci sono dei
periodi in cui no.
Perché?
Perché va così.
Per cui ti devi ricostruire mese dopo mese a piccoli passi, a
piccoli pezzettini, con collaborazioni che vanno dalle 150 euro a collaborazione ai
1500 ed è una dispersione molto faticosa.
Però a me non è che la fatica che mi fa mi
fa paura.
Certo mi stanco un po' per il solito fattore anagrafico che è
un po' il mio cavallo di battaglia nei negati, però è proprio
la poca sicurezza nei confronti del futuro.
Questo sì, cioè questa è la cosa che da libero professionista mi
atterra di più.
Per il resto, in realtà, e quindi di conseguenza la sicurezza economica,
nonché benefit, nonché la mutua, nonché tutto quello, le ferie pagate, la
malattia pagata, i buoni per andare a mangiare, ecco, quella cosa lì
erano sicuramente un pro.
Poi è vero che ho raccontato da subito che la famosa auto
aziendale, nel momento in cui io restituirla, mi sono emozionata perché finalmente
mi sentivo libera, perché poi alla fine molte cose, i famosi benefit,
arrivano come ricatti.
Sì, è vero, sono convinta ancora di questa cosa, io sono più
libera, però devo dire che quel sentimento lì l'ho vissuto in maniera
così forte perché in realtà nel momento in cui è capitato che
quando mi hanno licenziato, io non stavo bene dove lavoravo.
Se quella cosa lì fosse capitata anche solo cinque anni prima, probabilmente
avrei fatto fatica a ridare la mia macchina
non l'avrei vista come un ricatto, avrei detto mi state togliendo una
delle cose più belle della mia vita.
Ecco, in quel momento lì no, perché?
Perché la condizione non era così piacevole, per cui tutte le mosse
simboliche mi hanno fatto liberare di quel pese sono state in po.
Però, ecco, la sicurezza economica ancora diventa contro della libera professione.
Forse lo dico su di me, perché non sono stata forse abbastanza
brava, ci saranno senz'altro quelli che invece non fanno un plisse o
si accontentano, anche perché ci si può anche, io ho dovuto ridimensionare
tantissimo la mia vita, è evidente dal punto di vista economico.
Non è un problema.
Ogni tanto un po' di frustrazione, però è anche vero che ho
fatto quello che potevo, ma probabilmente avrei potuto fare anche molto di
più, con un minimo di intraprendente.
No, quando si è imprenditori di se stessi ecco meglio, ecco, quella
roba lì devo ancora impararla bene.
Se ti può consolare, io non l'ho mai imparata e credo che.
Ma forse è perché usiamo tutti Apple, penso che sia difficile.
Se sia quello il problema, invece il buon Ciraolo invece se la
cava bene perché lui usa Windows e quindi è già sul pezzo.
Quindi, Windows è per gli imprenditori, invece è essenzialmente Apple per i
negati.
Quindi mettiamo tra di noi anche Matteo.
Ho pensato esattamente facendo questo per.
Guardate, che Apple ci fa causa breve, con questa cosa.
No, ma in realtà io è perché ci ho abituato troppo bene.
È tutto intuitivo, vai veloce, vai così, ma viene tutto fuori bene.
E quindi poi dopo, invece, quando si tratta di fare lo sforzo
imprenditoriale, dici oh cacchio, adesso eravamo troppo lì.
Ma comunque è vero, mia moglie, ad esempio, che è più imprenditrice
di me, usa Windows,
incomincio a farci caso, questa cosa, incominciare a dargli un'occhiata perché ho
paura che tu abbia ragione.
Ma a proposito, parlando di ragioni, però, questa partita IVA ti aveva
dato anche dei pro e delle ragioni per cui essere libero professionista,
quella è la parte che ti piace di più?
Beh, la parte che mi piace di più, sicuramente, è il fatto
di non dover sopportare una cerchia di persone insopportabili.
È veramente un fattore umano.
Devo dire la verità, forse il fattore umano, perché come diceva la
mia psicologa quando ho avuto un periodo in cui ho avuto necessità,
mi ha aiutato molto quando le raccontavo il mio contorno, diceva: Ma
quindi mi stai parlando di un circo?
Così mi diceva, perché io le raccontavo degli episodi che mi sembravano
normali, e lei mi faceva intendere: guarda, che in tutto questo non
c'è niente di normale, c'è tanta tossicità, e quindi che non significa
solo dover rispondere a qualcuno.
Anche anzi, molto spesso questa cosa di tensione, ansia e pesantezza e
responsabilità mi arrivava
dalla redazione, non loro, cioè da persone che però teoricamente, di cui
teoricamente, se fossi stato un capo cattivo, avrei potuto anche dire: ma
chi se ne frega: invece no, sempre prendersi a cuore qualsiasi cosa
può diventare una quasi è un peso veramente insostenibile.
E quindi quella cosa lì di sicuro non mi manca perché è
vero, devo pensare solo a me in maniera molto egoista e egoistica.
Però ho un altro tipo di ansia che ho spiegato prima.
Ma quel peso che non mi faceva dormire di notte, ed è
successo per tanti anni, della responsabilità di sicuro, la responsabilità per altri.
Non so se sarei più in grado nemmeno di accettarla, anche perché
è un bel peso, ragazzi me.
Adesso scherzando, chi è passato sa cosa vuol dire questo tipo di
carico sul cuore, poi dipende sempre dagli anni, dall'epoca, perché se è
un'epoca ricca, perché poi torniamo sempre lì, se è un'epoca ricca dove
girano tanti soldi, tante opportunità, è un conto.
Se invece, come è successo a me, prendi la direzione di un
giornale in piena crisi economica 2008, capisci che da lì non è
che puoi vedere troppo a colori, perché i problemi sono stati tanti,
proprio meramente non per colpa nostra, perché il mondo stava andando in
quella direzione lì.
E quindi, sì, certo, la responsabilità diventa tanta e quindi alla lunga
logorante.
No, no, immagino, non immagino perché effettivamente poi io vedo a volte
la parte finale delle aziende e così via, mettiamola in questi termini.
Però io la vedo sempre la consulente, è quello che dai consigli
eventualmente, mettiamola così, quindi è molto meno impegnativa, mettiamola.
Capisco?
Immagino, mettiamola così, ma non riesco a figurare tutto.
Ma a questo punto, parliamo anche un po' della parte più tecnologica
invece, di tutta questa vicenda, sì, ci sono!
Scusatemi, appunto, parlando della parte tecnologica, mi sono tolta dal video perché
ho visto che la mia rete stava cominciando a fare le bizze.
E quindi si vede che ha capito che stavamo andando nella zona
calda, hot, quindi ha detto ok, con la tecnologia.
A proposito, perché non ce l'hai ancora detto, sei sul MacBooker, ma
che MacBook, un MacBooker, si chiama così, ma allora adesso facciamo le
domande indiscrete, ma è nuovo, cioè M1 o Intel?
Quello a cui si accende la ventola, questo di sicuro, ok, allora
Intel decisamente.
Sì, infatti non sapevo che di doverlo definire così ma ben chiaro,
anche perché è una delle dannazioni.
Ogni tanto il nostro comune amico Matteo mi dice: guarda, che c'è
un'offerta!
E ho detto, non è ancora il momento, perché, sì, questo purtroppo
mi ha accompagnato dal 2019.
Io
dall'uscita da Topolino, in realtà, avevo ottenuto il mio bellissimo MacBook grande,
mostruoso, iper performante, purtroppo me l'hanno rubato dopo due mesi
e a un convegno, tra l'altro, giornalisti e architetti insieme, non ho
ancora capito chi tra i giornalisti e gli architetti me l'ha rubato.
Eccolo, allora sono stato un architetto.
Ed è stata una tragedia.
Per cui quando ho ricomprato l'attrezzatura, insomma, sono andata un pochino più
in economia, non me lo potevo permettere, quello.
E effettivamente adesso inizia ad arrancare, poverina.
Ma è comprensibile!
No, è comprensibile.
Eh, sì, sì, decisamente anche perché poi ti dico: io ho fatto
acquisto ben peggiore perché io ho comprato inizio pandemia, sostanzialmente MacBook Pro
16 pollici, quindi gli ho dato anche un sacco di soldi.
Ed è stato il peggior Mac di sempre dal mio punto di
vista.
Ma perché ha ancora la ventola, anche il tuo,
non ha solo la ventola, io ci cucino sopra se voglio
quello che diventa caldissimo, è vero, è imbarazzante.
Io adesso sul consiglio tra le altre cose, di Roberto, che effettivamente
lui la viveva di più, perché poi tendenzialmente io vivo ho sempre
vissuto con i computer fissi, diciamo, e questo portatile alla fine era
pensato per una certa.
È stata una questa proprio sbagliata.
Sai, quando obnumilato dalla pandemia, hai fatto una cosa sbagliata, mettevana così.
E effettivamente, sì,
per fortuna, almeno l'ho comprato al Refurbished.
Ah, ok, quindi non proprio prezzo, Pietro, però
gli ho dato senza IVA 2000 euro alla buona Apple.
6 mesi dopo è uscito l'M1, che con neanche un millino, io
avevo risorto e avevo una macchina più performata, quelle cose lì è
perché bisognerebbe starci proprio dietro, dietro, dietro.
Però
mi lascio anche un po' trasportare dal momento adesso.
Stavo cercando di guardare invece il modello dell'iPad perché anche questo è
ancora più vecchio.
Però sono talmente affezionata.
Dopo guardo quando mi farai la domanda sull'iPad, devo essere preparata.
Sei pronta?
Ma prima ti faccio un'altra domanda che deriva ancora.
Mi ricollego un attimo al tuo lavoro dalla libera professione.
Tuttavia, questa libera professione ti ha dato la possibilità di approdare al
mondo del podcast.
Che noi almeno vorrei appunto capire qual è stato il passaggio.
Perché alla fine, questo penso, questo podcast, che forse è nato come
una prova, poi è diventato anche un lavoro, da quello che ho
capito.
Ma un po' guardate, io non ero tanto consapevole, soprattutto agli inizi,
diciamo, di questa nuova vita, quando ancora non avevo capito che era
una nuova vita, di avere comunque vissuto fino a quel momento un'esperienza
così particolare.
E così come è successo con il libro poco dopo, quando la
casa editrice e assaggiatore, mi ha chiamato per dire guarda che tu
hai una bella storia da raccontare, perché non la racconti?
Io ho detto siete matti.
È un po' successa la stessa cosa con il podcast, ma col
podcast, a differenza della scrittura che io praticavo di più e quindi
mi sembrava una cosa da pazzi, quella che mi stavano chiedendo.
Siccome io del podcast non sapevo nulla, nulla, e l'ho presa quasi
come un gioco: ho detto: ma sì, proviamo.
Mi hanno chiamato Storie libere attraverso, tra l'altro, Jacopo e Giulio che
avevano lavorato con me in redazione da sceneggiatori, Jacopo Cirillo e Giulio
D'Antona, che parlando con l'editore quindi con Storie Libere, siccome loro stavano
lavorando nella cerchia, hanno detto guardi che c'è comunque Valentina De Poli
che potrebbe raccontare un'esperienza effettivamente interessante e condivisibile.
L'hanno convinta, quindi lei, Rossana mi ha chiamato, abbiamo chiacchierato, ci siamo
trovate e mi ha detto OK, fai il tuo podcast, come lo
vuoi chiamare?
E ho detto vita tra i paperi ed è nato così.
Dopodiché io non sapevo fare niente, niente di niente.
Di quel periodo a me piaceva tantissimo era andare in studio di
registrazione, che sogno, mi sentivo proprio con tutti questi riflettore puntato, mi
piaceva un sacco.
Ed è lì che ho incontrato Matteo, perché lui era il mio,
cioè avevano appaltato a lui i due cip e cip, come li
chiamiamo noi, di seguirmi in studio quindi sulla parte tecnica.
E quello che ho imparato l'ho imparato da lui, cioè da Matteo.
Insomma, io all'inizio scrivevo, scrivevo cose tutte precise come se dovessi, non
so, ogni volta presentare un libro.
Poi a mano a mano ho imparato anche a velocizzarmi, a essere
un pochino più spontanea in voce, a usare un po', ma questo
ancora la voce sulla lunga distanza non regge, però ogni tanto respiro
e niente, vita tra i paperi è stato un po'.
L'ho preso come un gioco e quindi è andata bene perché non
avevo nessuna aspettativa.
E niente, è andato avanti per una stagione e mezza, due.
Probabilmente se non ci fosse stata di mezzo la pandemia, saremmo anche
andati avanti di più.
Però poi lì erano cambiate tante cose per tanta gente.
Tuttavia è stato molto divertente.
Un po' mi manca.
Solo che mica posso continuare a raccontare quella storia lì.
E da lì poi ne sono nati altri.
Sì, sì, certo.
Però bisogna fare delle nuove.
No, l'ho fatta diventare un lavoro perché poi nell'agenzia di comunicazione dove
lavoro, che è un'agenzia di comunicazione a tutti gli effetti pura, anche
grazie a Matteo abbiamo portato la competenza della voce.
Per cui noi realizziamo progetti che non sono solo di podcast, perché
riguardano sempre anche l'altra mia esperienza.
Perché secondo me in un'agenzia di comunicazione, where per semplificare tratti podcast
aziendali, il podcast da solo non basta.
Cioè tu devi allargare il campo e proporre un progetto più completo,
che sia fatto anche in altre parti, where il podcast un po'
il generatore di un qualche cosa, intorno a cui però devi costruire
altri, che siano dei piani editoriali sui social, che sia un sito,
che siano iniziativi, eventi, non lo so.
Però da solo il podcast knows, deve fare parte di un progetto
integrato.
Andello che facciamo in agenzia.
Lì ho portato poi piano piano l'esperienza che mi ero fatta un
po' con i negati, un po' con storie libera, un po' anche
con altre esperienze che ho sempre portato avanti con Matteo, tranne un
paio, che ho fatto da sola, infatti, vedi sono abortite subito.
Matteo che te l'ha tirata in realtà è quella situazione.
No, in realtà forse proprio perché è anche un lavoro molto lento,
secondo me, noi siamo, credo, poi di non essere stata smentita.
Non ho sentito la puntata che ha fatto con voi.
Tuttavia, in generale,
se lavori con così,
praticamente non dico quotidianamente, ma quasi, devi trovare un ritmo e devi
avere un affiatamento particolare in cui, se no, diventa tutto molto impalettato
e difficile anche da gestire, noi lo facciamo con piacere, ma perché
ci fa piacere lavorare insieme prima di tutto.
Quindi le altre diciamo, esperienze forse erano state più faticose da quel
punto di vista, perché c'era una storie libere, lo facevo sempre con
lui, e poi era una cosa mia.
Ma sei quando ho fatto anche podcast per altri dove ero proprio
con altri, c'era sempre un po', ma era una relazione diversa, per
cui diventava proprio lavoro vero.
Non so come dire, non perché il podcasting non è lavoro vero,
però mi mancava un po' quel divertimento lì.
Secondo me, mentre scrivi, puoi puoi astrarti probabilmente.
Se parli è difficile.
O sei veramente bravo, se fai l'attore e quindi poi reciti, chiamiamola
così, è più difficile essere finti.
Non so come spiegarlo diversamente.
Bravo, infatti, devo dire che quelle esperienze lì che avevo fatto altre,
mi si chiedeva più di fare una cosa da attore, che non
è la mia cifra.
Cioè, se io non ci metto del mio dentro quella cosa, perde
il valore di tutto, perché non è che devo parlare di me.
Però ci devo mettere una componente che io devo sentire molto, se
no, non ha senso fare il podcast.
Sì, sì, diventa.
O è personale, mettiamolo in questi termini, ma anche genericamente personale, non
so come spiegare.
Sì, quando ho fatto i podcast di archivissima, per esempio, per raccontare
alcune esperienze di archivi istituzionali, archivi italiani.
Io dicevo che ero Valentina De Poli, ma io rappresentavo l'ascoltatore, tipo
c'è una persona che entra in un archivio e non sa niente.
Cioè, mi medesimavo e la portavo avanti, il filo conduttore era quello.
Guarda che cosa sto scoprendo, ma ero molto io, non so come
dire
perché poi in questa maniera tu riesci anche a, secondo me, a
coinvolgere di più, nel senso che anche penso che sia una delle
peculiarità del podcasting, penso, poi, poi, appunto, come vi dicevo fuori onda,
alla fine io ascolto sempre me.
No, scherzo, perché effettivamente poi tra leggere tanti libri, perché io ho
anche l'altra vita molto editoriale, non riesco ancora a leggere libri e
ascoltare podcast nello stesso momento, quindi.
No, è impossibile, direi è decisamente impossibile.
Io ti racconto questo piccolo aneddoto.
Ho iniziato a scoprire il podcast col figlio, perché praticamente mentre lo
cullavo nella parte diciamo iniziale della vita di mio figlio.
Poi progressivamente, quando andavo a letto da solo, e così via, ascolto
ancora il podcast perché comunque sono ancora appassionato.
Vabbè, io ascolto sempre gli americani, lo so, sono
WhatsApp, come si suol dire.
Ma fai bene perché loro, ma loro fanno un credo insomma, ormai
di aver capito che è un tipo di podcasting diverso, ma che
forse è anche più giusto da un certo punto di vista.
Diciamo è lontano da quello italiano per mille motivi, sono i soldi
a livello tecnologico, tra l'altro, comunque rispetto a noi, sono più avanti,
c'è poco da fare, spesso e volentieri, non sempre, ma comunque in
più mantengo viva la lingua, che è un'altra cosa che per me
è molto importante, alla fine, perché in questa maniera io ascolto.
Non so parlare inglese, nel senso che non lo parlo, però ascoltare,
leggere.
Come te, uguale?
Sono così, quasi la seconda lingua barra uguale, come chiamola così.
Perché non ho nessuno con cui parlare in inglese.
Infatti, adesso sto ragionando come cacchio faccio io a parlare con qualcuno
di.
No, ti capisco benissimo.
Perché io dico beh, ma dovrei parlarlo anche perché insomma sono stata
in una multinazione.
Ma non c'è verso, leggo, ascolto, ma quando poi si tratta di
parlare, se tu non lo pratichi tutti i giorni, è assolutamente insensato.
Esatto, esatto.
È folle perché poi tu ascolti, leggi, ma non le parli, non
le dici le parole, è difficile dare, hai proprio dei limiti, però
insomma, piuttosto che
una volta è meglio piuttosto che niente, quindi va bene piuttosto.
Le mai piuttosto, dovrei dirlo in milanese, ma non mi viene mai
riesco, ma neanche io non rilo in più le mai più toast
che niente, qualcosa del genere.
No, no, no, cancellatelo.
Ok, va bene.
Comunque, sì, l'inglese bisogna parlarlo.
Io avevo fatto un corso molti anni fa, adesso non sai, intorno
5, 6, 7 anni fa, non mi ricordo anche più, a Torino
dove avevo fatto appunto un corso sulla lingua inglese e mi ricordo
che era semitraumatico perché tu entravi dentro l'aula e l'italiano non potevi
più nominarlo, non potevi più usarlo,
è tutto spiegato in inglese e tu stesso dovevi parlare in inglese.
Allora, sì, dopo un mese, due mesi che facevi lezioni, incominciavi a
entrare nell'idea, però in effetti era anche un po' traumatico abbandonare, diciamo,
l'italiano.
Corsando di poi però è un bell'approccio.
È vero, perché io tra i 5.000 corsi con cui mi sono
riempita la vita nei famosi mesi successivi al licenziamento, c'è stato anche
ok, facciamo una cosa seria, però non con quell'approccio per cui non
faccio nomi, insomma, della scuola d'inglese che ho frequentato, per carità, alla
fine di
tutto il percorso mi sentivo un po' più sicura, però l'unico modo
vero è quello che qualcuno ti obblighi, proprio, esatto, devi sforzare, è
brutto, devi uscire dalla cosiddetta comfort zone.
Infatti, per esempio, io ho sempre leggiucchiato appunto, compravo fumetti americani in
lingua originale quando ero giovine, come si suol dire.
E quindi quello di leggere i fumetti in lingua inglese mi ha
permesso poi un po' di apprenderlo.
Ma finché non ho iniziato ad ascoltare le serie TV all'epoca e
poi i podcast successivamente.
E ho iniziato anche a leggere molto in inglese perché io la
TV, perché in casa mia, cioè quello mio marito assolutamente non sopporta
i film doppiati, giustamente, perché se non ci sarei mai arrivata da
sola, sono stata obbligata.
E in effetti questo è.
Ho anche io ho traviato la moglie.
No, no, perché poi lo ringrazio da quel punto di vista, perché
comunque è tutto un altro vedere e ascoltare, però non ci sarei
mai arrivata da sola.
Io avrei continuato a guardare.
Infatti, io poi ho dovuto a un certo punto trovare anche il
modo di dargli i sottotitoli.
No, sottotitoli in inglese, io su tante produzioni ancora adesso si lamentava.
Se guardo adesso sto riguardando tutto il dottor House, lo so che
fa ridere.
No, no, a me è piaciuta da morire, quindi spoglio una porta
aperta.
non riesco senza i sottotitoli in inglese, perché almeno ogni tanto capisco
dove vanno a parare, anche perché se è un nome di una
malattia, io penso invece che ha detto una cosa, cioè difficile.
No, i sottotitoli in inglese.
Diceva hai perfettamente ragione.
Perché io, ad esempio, faccio outing da negato, ovvero è proprio.
Io, per esempio, la sera quando mi corico a letto, non posso
mettermi a leggere in inglese perché mi richiede troppa concentrazione, il mio
cervello è completamente brasato la sera.
E quindi se devo leggere qualcosa di inglese faccio la traduzione e
a me leggo in italiano perché proprio arrivo la sera che non
ce la faccio più.
Sì, è vero, questo è capitato durante l'estate.
Mi ero portata un libro in inglese di Dave Edgers, però d'estate
è diverso perché il giorno dopo comunque sei più rilassato, però capivo
che non era la lettura ottimale prima di addormentarsi, no, la sera
assolutamente no.
Secondo me è out, non bisogna fare.
Aiuta ad addormentarsi, no, perché mi chiede concentrazione, mi ha fatico, mi
viene mal di testa.
Credo di essere normale a questo punto.
Io solitamente invece quando mi metto a leggere così, ho i momenti
di.
ma tu sei quasi madrelingua inglese, ho proprio l'occhio che.
No, no, no, ma adesso poi anche perché poi io leggo, cose
di inglese abbastanza non di alto livello, mettiamone questi termini perché io
leggo fantascienza, leggo cose sull'organizzazione e quant'altro.
Quindi i manuali esatto, quindi, forse è anche quello che aiuta, penso
proprio di sì.
Ma tra le altre cose, a proposito di manuali e di vecchie
questioni che non abbiamo risolto, diciamo, con l'inglese, stavo pensando invece al
flusso di lavoro di Valentina, che a me è sempre piaciuto tanto,
perché è ancora a cavallo tra l'analogico e il digitale.
A me questa cosa fa impazzire.
Per esempio, sull'organizzazione pernegati ha sempre il foglio e la penna in
mano e ce l'aveva anche adesso.
Io l'ho vista la penna volare mentre era in.
Infatti, è vero, adesso mi sono tolto dal video, ma è vero,
perché io comunque sono una che ha necessità di prendere appunti.
Poi magari non li guardo, però sempre c'è una cosa che non
mi toglierò mai.
E io invece mi guardavo che avevo la pensile in mano, dicevo:
guarda, che la differenza, nel senso che ognuno deve trovare un po'
la sua quadra.
Per esempio, per me ho disegnato tantissimo tempo con la penna.
Trova odiare per quello che sono passato al digitale.
Ed è però bello perché se tu vedi le persone come disegnano
a mano, con la penna, in tutto un altro andare.
Per esempio, io ero più spostato verso il digitale, avevo dei problemi
fisici.
Perché io scrivevo sul per prendere appunti, prendevo quadernetto, ne ho bizzeffe
perché prendevo un sacco di appunti.
Quindi, capisco benissimo, Valentina questa necessità di appuntare, disegnare, anche soltanto perché
si sta pensando a qualcosa, magari la carta ti aiuta a fissare
il pensiero.
Tuttavia, io invece sono stato così felice di riuscire ad approdare ad
avere un Apple Pencil con un tablet e riuscire a far tramutare
in digitale quello che scrivevo i miei tratti, non sono come la
carta.
Mi rendo conto perché un po' quando indisegno sulla carta, è un
po' diverso.
E questa parte qua di Valentina che prende la carta e tenne
per me è bellissimo.
Bisogna appunto dargli man forte, insomma, eccolo qua l'altro visto.
Eccolo là che prende appunti, questo è peggio ancora e sono le
attività di domani, però, Filippo.
Mamma mia, questo vedi però
troppo ordinato.
Ecco, io non sono di quella tipologia lì, io sono il caos,
prendo anche appunti in cerchio delle volte.
spettacolo allora devo dire la verità.
Io
ho un difetto, barra una cosa congenito siccome non scrivevo benissimo, ho
iniziato a scrivere al liceo in corsivo
per avere gli appunti leggibili dopo, perché, se no, che cacchio fai,
è un'attività inutile.
E io, per esempio, facendo l'esame d'avvocato, il grosso del problema era
che io dovevo scrivere in corsivo e non in maiuscolo.
Perché, se no, era riconoscibile, tra l'altro, perché c'era anche tutta questa
teoria folle per cui dopo ti rendevi riconoscibile, quindi ti cacciavano nel
cestino il compito.
Quindi io scrivo così: questa è la mia scrittura normale, mettiamola così,
poi non è perfetta, sembrava perché si è visto poco, ma non
è affatto per favore.
Però di natina dai, ci sono persino i pallini, per distinguere, io
conosce Filippo.
Ma volevo precisare, Roberto, che rispetto, magari, a quello che
come mi avete conosciuto sui negati, cioè la parte analogica, sicuro.
Però ho fatto un grande progresso.
Per esempio, adesso uso tantissimo le noti dei tre device indifferentemente, soprattutto
quando mi capita, boh, sono in coda, in macchina, sono sul passante
ferroviario, viaggio, oppure devo assolutamente appuntarmi a una cosa che ho necessità
di ricordare perché devo scrivere qualcosa.
Uso tantissimo le note: cioè l'app delle note, sia dello smartphone, sia
dell'iPhone, sia dell'Apple.
Poi le trasferisco perché i miei tre device comunicano sempre tutte le
ore, e quindi me le ritrovo poi direttamente pronte su il MacBook
e da lì, come base di partenza di
tantissimi lavori, diciamo, il mio primo foglio non è proprio più sempre
quello cartaceo, ma piano piano sta quasi per essere sostituito non in
Toto, cioè di sicuro non prendo appunti mentre sto facendo un podcast
sui digitali, però se devo, non so, recensire un libro mentre lo
sto, c'è un passaggio che mi piace, mentre lo sto leggendo me
lo segno
sulle note dell'app.
Questo lo sto usando molto, mentre il vocale che ho provato a
praticare per un po' di tempo, quindi prendere appunti vocali alla fine
erano più le volte che non andavo a riascoltarli quindi lo mollato.
Perché all'inizio ho pensato che quella potesse essere la strada per non
perdere le idee per non perdere l'ispirazione, per portarmi avanti, perché magari
non sono al computer, però ho un momento morto.
Quindi ecco il vocale ho provato a praticarlo, ma poi l'ho mollato.
Perché poi non lo riascolto.
Mentre la via giusta via di mezzo sono le notti.
Sono d'accordissimo con te.
In più almeno ho già letto Filippo nel pensiero.
Vai.
Allora, prometto, anch'io da scrittore, tra virgolette, nel senso che la mia
attività quotidiana è scrivere, anche se in maniera legale, se ti abitui
in una direzione, secondo me, è dettare che per esempio gli americani
fanno spessissimo, cioè proprio dettano gli atti è una
roba che io non ho.
Devi cambiare il modo in cui pensi, in cui fai tutto bravissimo.
Però
ti segnalo una cosa, poi te la butto lì, come dopo ci
risentiamo e mi dirai la detatura vocale.
Quella è una cosa diversa.
Cioè, nel senso, mentre invece di fare il vocale nude crudo, diciamo.
Adesso effettivamente se devi proprio buttare giù un'idea, una cosa veloce.
Io, per esempio, messaggio alla moglie a buona parte delle persone con
cui parlo, non faccio il vocale, ma faccio la detatura vocale che
viene trasformata.
Ma sai che questo mi interesserebbe molto, ma non mi sono mai
soffermata per capire effettivamente come devo fare.
Questo tepaggio.
È semplicemente, guarda, quello è semplicissimo adesso.
Te lo dico nel senso che sei aggiornato, anche dall'ultimo dal precedente
sistema operativo, quindi iOS 16, iPadOS 16 e macOS Ventura credo che
fosse.
OK, praticamente adesso dipende dove, c'è un tasto di fianco alla tastiera.
Aspetta, aspetta, che tiro fuori il telefono, così te lo dico proprio
in diretta.
Di fianco alla tastiera, sostanzialmente nella parte bassa c'è un microfono.
Sì, c'è un microfonino e lui se tu parti, addirittura adesso.
La cosa carina
per farvelo vedere, sta registrando, ve lo faccio vedere.
Ovviamente
io sto mandando un messaggio a Scandolin.
Vediamo ciao Matteo, ve l'ho mandato.
E puoi anche scriverli nel mezzo, cioè, nel senso, se ti accorgi
che è un pezzo della frase è venuta male o non ti
ha riconosciuto il pezzo che volevi tu.
Puoi andare a continuare a dettare vocalmente mentre pulisci, diciamo.
Quindi è molto molto carino.
Bello, era facile, mi ero chiesta una volta chissà cosa serve, però
non mi sono avventurata.
Perché è già vero, bellissimo, da domani si fa.
Grazie, Filippi.
Considera che io ci ho scritto anche un articolo con la dettatura
vocale mentre andavo in macchina.
Quindi Roberto è molto più avanti,
la dettatura vocale mi ha salvato tanti di quelle volte che non
ne faccio neanche conto.
Comunque sì, anche nelle note puoi farlo, se vuoi, nel senso che
utilizzi l'applicazione note, c'è appunto quando impare in alto, quando c'è la
tastiera, tu praticamente puoi dare tranquillamente uguale tap sul microfono e poi
vai avanti a parlare, e tu ti trovi tutto quanto trasformato in
testo, giusto per farvi capire quanto sono ritardata dal punto di vista
tecnologico.
Ma no, ma tu consideri che io lavoro anche con delle persone
che non sto scherzando, quando vogliono trasferire dei documenti, loro usano le
chiavette, e magari abbiamo due computer che
prendono l'air por
lo sanno neanche che esiste, non sanno neanche che tecnologia sia.
No, è vero, però devo spezzare spezzare una lancia.
No, abbiamo sbertucciato.
Eravamo a un festival a Lecce qualche giorno fa, c'era anche mio
marito, e c'era anche un collega ex, un sceneggiatore Francesco Artibani.
Dovevamo fare una presentazione, lo abbiamo sbertucciato.
Mio marito perché avevamo una presentazione PowerPoint, tra l'altro, fatta in keynote,
e poi trasferita in PowerPoint perché doveva andare.
Orrore,
eh sì, sì, orrore.
E ha detto: beh, portiamo la chiavetta noi, ma che cacchio stai
dicendo la chiavetta?
Ma dove sei rimasto?
Oh, ragazzi!
Vi giuro che alla fine ci ha salvato la chiavetta perché eravamo
dentro una bellissima sala, tipo grotta, dove i computer non comunicavano.
Ma proprio sai quando sei isolato e alla fine ci ha salvato
la chiavetta, quindi abbiamo dovuto fare.
Ah sì, nei bunkersi,
siamo andati via.
Tapini.
Aveva ragione lui.
No, comunque ho capito cosa dice.
Io ormai tu fai conto che sono andato a parlare all'università di
Milano, ovviamente, a giurisprudenza, e alla fine mi è toccato anche a
me.
Che il computer erano blindato.
No, è il computer.
Ma posso portare?
Perché io poi ho il mio setup, sai come?
Io arrivo, no,
il PDF, addirittura, neanche il PowerPoint che dici: No, no, il PDF,
qui trasformati in PDF e poi ho fatto vedere pagina per pagina.
Che poi è quello che faccio io di solito.
Io non vado mai in giro col Kinote, vero?
Io ho sempre PDF perché è quello che almeno sono certa che
in qualche modo compare.
Io proprio ho la mia attrezzatura da convegno.
Ah, va bene, che bravo.
Tutti i vari cavetti HDMI, non HDMI, mi ci diverto, è il
mio hobby.
Come dicevo, lui è l'organizzato per eccellenza e ha a che fare
con uno scappato di casa come me.
No, ma l'ho visto dagli appunti, Roberto, non mi devi convincere, l'ho
visto, tutti quei pallini davanti, l'avevo immaginata.
Comunque, tornando invece a Valentina, volevo chiederti: ad esempio, attualmente, come lo
usi l'iPad nel tuo flusso di lavoro?
Qual è la cosa principale con cui utilizzi l'iPad?
So che adesso hai peso molto a utilizzarlo, da quello che ho
capito, e quindi ero molto curiosa.
Ma è la mia, è più che altro una questione di ingombro
perché per me lo smartphone comunque è uno strumento di lavoro, ma
più che altro per le comunicazioni.
Purtroppo tre quarti delle comunicazioni, soprattutto nel lavoro con l'agenzia.
Per ogni progetto ho un account, abbiamo una chat in cui ci
scambiamo le informazioni, date.
Se non ci ricorre, insomma, diciamo purtroppo la piattaforma su cui comunichiamo
di più è Whatsapp.
Siccome i negati, per esempio, invece comunichiamo su Telegram perché mi hanno
obbligato a Andre Matte.
Non riesco a trasferire lì tutte le conversazioni, perché i tre quarti
delle persone sul lavoro invece non hanno Telegram, per cui devo per
forza praticare con Whatsapp e quindi lo smartphone è più per le
comunicazioni di servizio.
L'iPad invece è un degno sostituto del MacBook, appunto gli appunti, ma
tantissimo per consultazione, semplicemente perché è forse stato il primo device vero
che mi sono portata in giro sempre.
Ce l'ho perché nel 2000 non è lo stesso, però, quando abbiamo
fatto l'app di Topolino, la prima interattiva era il 2011, con un
evento mi ricordo.
Quindi è appena uscito tra l'altro l'iPadissimo, dalla carta all'iPad, sì comunque.
E quindi ho avuto subito il mio primo iPad, mi sono affezionata
e da lì ho cominciato veramente a usarlo tantissimo.
Proprio anche un po' non tanto per la videoscrittura, perché poi scrivere
ormai faccio fatica anche perché poi.
Nassaggio da dipendente alla libera professionista, prima di arrivare a ricomprarmi uno
schermo grande perché qui adesso sento che Matteo sta rabbrividendo perché lui
questa cosa non la prova.
Ma io ho scritto per un anno e mezzo solo sul MacBook
Air purtroppo la mia colonna vertebrale non è stata contenta nemmeno la
mia vista, ma avevo già avuto dei problemi così un po' di
fissità per cui ho avuto dei problemi di vertebre schiacciate perché comunque
lo schermo troppo piccolo, la curvatura delle mani sulla tastiera è così
un po' appollaiata, non mi hanno fatto bene.
Per cui poi sono passata a uno schermo grande, quindi quando sono
sulla scrivania di lavoro io guardo in grande e invece tutta l'attività
di consultazione, quindi non di videoscrittura, la faccio quasi esclusivamente sull'iPad.
Per non dire che poi la prima cosa che accendo al mattino
mentre faccio colazione io le notizie le leggo lì.
Cioè la mia rassegna stampa la faccio sull'iPad, ma da sempre per
cui non riuscirei proprio a liberarmi.
Ci deve essere sempre con me se sono in giro, che siano
vacanze, lavoro, perché è la mia salvezza quando succede che cacchio, ho
dimenticato una cosa, è successo, c'è un'emergenza.
Se io l'iPad sono contenta perché so che qualsiasi cosa attraverso l'iPad
la posso fare facilmente, anche una registrazione.
Per esempio, una videochiamata un pochino più decente scrivere volendo, avevo anche
una tastiera che adesso non ho più, però di quelle remote anzi,
anche la tastiera che uso normalmente, che tra l'altro mi ha regalato
Matteo.
Che uso normalmente casa, però, volendo la posso attaccare anche all'iPad, che
diventa un supporto e quasi un computer.
Dove non vedo tutte le cartelline
che ho sempre aperte: tipo 102, e quindi sembro più ordinata, l'iPad
è
quell'elemento trasversale con cui puoi fare bene o male di tutto.
Obiettivamente per me è stato un dispositivo molto interessante.
Ha tirato subito la mia attenzione nel momento in cui ho visto
che si potevano fare molto più cose rispetto allo smartphone.
Ancora di più, quando c'è stata la divisione del sistema operativo che
è diventato un sistema operativo adatto al tablet che è iPadOS,
ma purtroppo, io lo dico sempre, non potrà mai fare per adesso.
Io agogno che lo derivi prima o poi.
Non hai sostituto del computer, perché alcune applicazioni professionali che utilizzo non
esistono per iPad e purtroppo non arriveranno.
Penso
è un grosso problema perché obiettivamente stavo guardando e anche con Filippo
mi confronto sempre su questo: tutto sommato, tu puoi collegare un iPad
a uno schermo gigante, a una tastiera e il mouse che gli
funziona assieme è tanto quanto un MacBook di qualsiasi classe.
Quindi, volendo, potresti utilizzarlo e fare anche le fotografie, e in più
puoi utilizzare anche la Pencil.
Quindi, se vogliamo vederlo da questo punto di vista, l'iPad forse ha
anche molto di più da dire rispetto a un portatile.
Però purtroppo d'altra parte c'è una carenza dal punto di vista delle
applicazioni che tagliano un po' le gambe.
Noi come scrittori, chiamiamolo così, chi scrive testo, l'iPad è una multifunzione
perché alla fine ci puoi leggere comodo, se proprio devi, puoi iscriverci,
anche se anch'io bene o male, adesso, io vi sto parlando di
fronte a me, io vi sto vedendo sull'iPad perché l'ho collegato al
Mac.
Io sto guardandovi, vedi dall'iPad Pro
129, ok.
Però devo dire la verità: che è lo schermo più grosso che
si poteva avere, perché anche io ero della teoria più piccola di
così per me non esiste.
Nel senso che il mio si chiama iPadOS 1671,
quello è il sistema operativo.
No, no, ma è quello il sistema operativo.
E cos'è che lo vada a leggere?
Devi andare nelle impostazioni, però.
Ah, è vero, dove si dice, dove ci sono tutte le sue
informazioni, secondo me.
Generali informazioni, probabilmente info.
Tuttavia per dare la spalla a Vale, allora tu consideri che io
lavoro abitualmente, poi ovviamente quando sono in mobilità non posso.
Ho il mio 27 pollici, che è il monitor che utilizzo per
scrivere, ti dico una cosa, che è costata una follia, non te
la consiglio, però io ho la tastiera che si ha aperta in
due adesso, non te la riesco a far vedere, proprio è spezzata
metà, devi cambiare il modo di scrivere, ovviamente, perché scrivi ogni mano
a un pezzo: una per una mano e una per un'altra.
Esatto, cioè un filo che le collega.
A cosa serve?
Questa
è ergonomica.
Per cui tu non stai più, cioè, tu
ti mando una foto, perché
però sostanzialmente addirittura hai poggio a polso perché devono essere inclinati, e
effettivamente il vantaggio grosso è che tu, invece di stare, diciamo, attaccato
con le mani, una attaccata all'altra, sostanzialmente e i gomiti a lato,
mettiamola così, stai non è perfetta, però sicuramente a livello ergonomico.
Certo, comunque contro la famosa insomma, per i problemi alla colonna, alla
cervicale.
Questo forse te lo riesco a far vedere velocemente.
Adesso vediamo se riesci.
Io sono sullo standing desk adesso,
vediamo è questa qua.
Vedi il pezzo di tastiera
rientra tra le mie follie.
Non ti dico neanche cosa costa.
Immagino.
No, è meglio non saperlo.
Bella, però sembra di Lego, non ne valgena, non ne valgla, è
molto carino.
È una tastiera meccanica, quindi fa anche clictic.
Ma bellissima.
Adesso vado a cercarla.
Comunque è un quinta generazione, ma lo sapevo, sono dovuta andarla a
leggere.
Dice proprio così: iPad, quinta generazione.
Ma ti sembra possibile che è un nome vecchio, perché credo che
abbia ormai.
Ormai è vecchio, però gli iPad sono così.
Il vero problema è che ormai io non ci arrivo neanche più.
Cioè, quando ti dicono o iPad Pro seconda generazione, che è quello
del 2018 uscito.
Vabbè, comunque finché dura, adesso inizia a perdere un po' i colpi.
Quando rallenta vuol dire che è arrivato il momento.
Gli iPad sono dei muletti.
Mia moglie,
per altre cose, però usa ancora l'iPad Pro, il primo iPad Pro
che avevo comprato all'epoca è del 2015.
Siamo nel 2023.
Direi che il mio forse addirittura potrebbe essere 15, però forse sì.
Non lo so.
Adesso devo perché me l'ha regalato mio fratello, devo chiederglielo.
Lui se lo ricorda: se devi scrivere io tutta la vita, o
se comunque ti deve servire come io lo chiamo convertibile, nel senso
che poi abitualmente io ci leggo molto, e poi se ho bisogno
ci scrivo.
Nelle necessità, mettiamola così, certo, sono contenta perché pensavo che l'iPad non
lo usasse più nessuno, a parte me.
No, no, no.
Allora, diciamo che adesso con i nuovi M1 pad almeno a me
durava sempre, cioè riesci a ricaricarlo con la batteria a tampone.
Se sei in mobilità, per me l'iPad è insostituibile.
Un Mac, adesso gli M1 riesce effettivamente a farli durare anche 8-10
ore, quindi teoricamente te la cavi anche con le batterie, però gli
altri dopo quattro ore.
Il mio fornellino, per esempio, se lo tengo staccato, non tiene, ho
3-4 ore di autonomia.
È poco per me è stato un cambio rivoluzionario con le mie
due ore, nel senso, col Pro, ti ricordi che facevamo una puntata
di A2, come queste, io arrivavo più o meno a quest'ora che
avevo il 10% di batteria e non mi salvavo.
Partivo col 100% adesso, attualmente, la mia batteria è al 88 e
ho anche una luce che mi illumina attaccato al MacBook a senso
che gli sto rubando anche un po' di energia da lì.
Invece, per quanto riguarda Valentina, ho controllato io l'iPad di quinta generazione
del 2017.
No, è vero, pensavo 15, però effettivamente era troppo vicino.
Non è così vecchio come pensavi tu che ho avuto prima.
Questo è nero, l'altro era l'iPad bianco che peraltro avevano una differenza
di peso mostruosa.
Era un mattone in confronto a questo quando è arrivato.
Il cemento.
Il primo iPad
era ovviamente un prototipo alla fine, venduto come.
però, solitamente la tecnologia Apple, quella nuova, è come il primo Apple
Watch.
Io non l'ho comprato anche se ritardo
incuriosito, perché sapevo che comunque.
Ne sarebbe arrivato subito dopo uno più performanti, uno migliore, esatto, uno
dove almeno hai la certezza matematica che tutto funziona come dovrebbe.
Poi dopo implementano e migliorano, perché adesso i nuovi sono veramente spaziali,
voglio dire.
Però appunto per gente come noi, tra virgolette, io lavoro tranquillamente tutto
il giorno con un iPad del 2018 che comunque ha la sua
età ormai.
E fa tutto.
Anzi, di più, addirittura mi fa anche da schermo secondario.
Hai provato lo schermo secondario?
È quello è comodo?
Sì,
non comunicano, però mi è capitato di seguire una riunione, non so,
su se era su Meet o su Zoom, sull'iPad, mentre continuavo a
lavorare per i fatti miei.
Beh, quello
è tipico!
Noi avvocati che facciamo formazione continua, è la normalità, allora lì mi
sono sentita proprio un gigante, ho detto come sono fu, proprio veramente
brillantissima.
Ma invece un'altra domanda per te e volevo chiederti: come computer abbiamo
detto che abbiamo un bel book care, e volevo chiederti: adesso dovresti
andare a comprare qualcosa, cosa faresti da libera professionista?
Fisso o portatile e qua?
No, portatile sicuro, uno schermo un pochino più grande perché il mio
non è un 16 o comunque più piccino, credo sia 13, non
mi ricordo più nemmeno 14, sicuramente senza, cioè la cosa più di
cui sento più l'esigenza in questo momento è proprio di fare un
salto, di tornare un po' con un computer, ma anche perché poi
io sono una che non è molto ordinata.
Cerco di mettere tutto nel cloud, però non ho capito perché, ma
mi si rimpinza lo stesso.
E devo dire che poi alla fine non ho video, però i
file sonori che ogni tanto spuntano dalle cartelline pesano.
Quindi lo rallento veramente tanto.
Poverello, poverello, ogni tanto dà dei segni come dire: Vabbè, ma che
cosa mi stai facendo fare?
Bandiera bianca.
Soprattutto quando Matteo dice: Prova quest'app!
E scarica metti, e lui va in tilt.
Lo capisco che va in tilt, il mio piccolo MacBook.
Quindi sestirei sicuramente in una categoria superiore.
Naturalmente adesso che ci sono i computer senza la ventolina.
Tanto andrai su un pro come minimo e probabilmente su un 16
avrà la ventolina, ma non la senti.
E quindi è
tranquilla con i processori nuovi.
Secondo me, invece le andrebbe da Dio e le ha da 15
polli.
È vero, anche leardo.
Non ci avevo pensato.
Sì, forse è quello che mi ha consigliato proprio Matteo.
Ogni tanto lui mi manda dei modelli.
Quello lì, secondo me, la morte è tua, come si suol dire?
Ha uno schermo generoso, perché un 15 polli, poi è uno schermo
bello, tra l'altro.
E in più non aventola, a te serve per scrivere, registrare podcast,
perfetto.
Sì, perché una volta ecco, rispetto ai programmi, ecco, una volta mi
era fornito tutto da diciamo dal datore di lavoro, avevo sempre cose
molto performanti, ma usavo anche tantissimo in design, per cui adesso invece,
quando c'è necessità di chiudere qualcosa di cartaceo per così dire, uso
i computer dei grafici o degli Art Director direttamente.
Però diciamo che adesso tutta quella parte lì insomma non mi serve
più sostanzialmente.
Ogni tanto scarico qualcosa, guardo tutto il pacchetto ad obiva, che cose
meravigliose.
Alla fine sono due le cose che utilizzo io.
Non è che mi serve però capisco che invece, adesso ti faccio
una domanda da nerd scrittore, usi Word, ovviamente, immagino per scrivere.
Allora, purtroppo sì, anche se io sarei: mi piace il purtroppo.
No, perché sarei stata contenta anche di passare definitivamente a Pegis dove
mi trovo bene.
Il problema è che non ti segue il mondo intorno.
Per esempio, quando scrivo per il giornale, se io gli mando una
roba in Peges, me la tirano dietro, cioè non sanno nemmeno che
cos'è quotidiano.
La puoi esportare come docchi di lo so.
Però poi allora dico: quindi poi dopo inizio avere un documento qui
uno di là no.
E tra l'altro, una delle ultime esperienze che mi ha fatto impazzire
pensando di fare cosa buona e giusta perché era un lavoro in
cui è parallelo fatto da me, da persone che scrivono copie in
agenzia, tutti con Pegis.
Ho detto scriviamo questo progetto tutto in Pegis.
È bastato un componente, la mela marcia
che invece non sapeva cosa fosse Pegis, in più aveva un Word
vecchissimo,
non avete idea perché poi io ero quella della che doveva, ero
il collettore di tutti i testi, di tutti i livelli di testo,
cioè arrivavano a me, io facevo la cucina definitiva da passare poi
al buon denis, che poi traduceva i materiali per metterli sul sito.
Vi giuro, stavo diventando matta perché quando i fai non riescono a
parlarsi l'uno con l'altro, se ti arrivano da persone che non riesci
a gestire è folle, per cui alla fine la cosa che mette
d'accordo tutti più di altro ancora è Word, cioè quindi il pacchetto
office devi averlo, come fai?
Purtroppo è così.
Ti dico solo questo, io non lo uso, però capisco che io
non lavoro in collaborazione, se no, perché se sono i lavori di
team, non puoi non puoi.
La prima cosa che devi chiedere è se siamo tipo 8 o
10 persone che devono lavorare sullo stesso obiettivo e dove di solito
poi io sono quella che fa da coordinatore, no, mai più.
Per carità, tutte Word, in qualche modo facciamo, ma non sono contenta.
E quindi alla fine, sì, per comodità uso Word.
Ogni tanto scrivo qualcosa in Pages.
Ok, ok, ok.
Per esempio, il libro credo di averlo scritto.
Tutto in Pages non è male, come cosa, anche perché un libro
è un libro, come si suol dire?
Sì, perché era molto mio e lui aveva.
Il mio editor, aveva Pages, e poi tanto le correzioni mi tornavano
sempre indietro in PDF, lui me li tramuta in PDF.
Perché di solito poi per le correzioni si passa a PDF.
Ok.
No, così hai anche una copia che è quella e non può
essere modificabile.
Sì, esatto, ci metti sopra le revisioni, ma non, bravissimo!
Ma non vai a creare RAV 1, REV 2, REV3 e file.
Fai i numeri dei file.
Divano.
Che purtroppo è la cosa con cui faccio impazzire, Matteo.
Perché io invece, sui testi dei podcast, le correzioni, sui testi, dei
podcast e le correzioni, metto tutti un Word.
Con lui, per esempio, forse potrei usare Pages, ma poi alla fine
mi diventa una complicazione perché poi se gli stessi testi li devo
passare a chi lavora con me.
Insomma, il solito, ce li ho già lì pronti.
Il solito discorso compatibilità e presenza ovunque di un brutto software, mettiamola
così, sì, sì, esatto.
Brutto gli fai un complimento anche perché pesa quattro pacchi dermi messi
assieme, sono due o tre giga, così non si sa per quale
puntivo.
Allora, io continuo a ripetere.
Sui gigabyte di peso posso anche concepirlo.
Il mio vero problema è che tutti i programmi di videoscrittura sono
stati pensati per la datilografia, non per lo scrittore.
Io è questo che lamento come problema di fondo, per cui non
ti aiutano a scrivere, ma tu impagini mentre scrivi, e non si
dovrebbe fare.
Ci ho detto, non mi dilunga perché, se no dopo vado.
No, certo, devo rifletterci su questa ma vabbè, con le mie teorie
folli, e ovviamente io dopo sono andato su cose che pochi usano,
mettiamola in questi termini.
Sì, lui è proprio oltre, nel senso, io sono nella parte di
mezzo, perché lui è andato oltre, sta facendo cose che probabilmente neanche
i programmatori di quel software o il linguaggio di avrebbero preso in
considerazione che si potesse fare.
Invece, io ho una via di mezzo che uso dei semplici editor
di testo che si occupano di Markdown, ma questo è un altro
discorso.
E purtroppo devo condividere la questione: che finché non ho dovuto collaborare
con qualcuno, io non avevo Word sul computer, ero veramente contento.
Invece, adesso, purtroppo per alcuni lavori devo collaborarci, ho sempre un paio
di utree che perdo a fine giornata, quando devo lavorare con Pages
e anche Numbers.
Scusate, con Word ed Excel, per me continua a rimanere ambito Apple,
ma diceva: Io perdo la vista.
Allora, chiedetemi qual è il programma che io odio di più, e
io, c'è Xel, ma non me lo dovete nemmeno nominare, è un
po' come dire Drive.
Dove mettiamo questa cosa?
La scambiamo in drive e io vorrei già buttare giù tutto, tutto
dalla finestra.
Però purtroppo anche quello è molto praticato.
Sì, sì, bisogna scaricare, i giovani non sono così.
Però, vedo per esempio i miei figli.
La questione: mia figlia, ad esempio, utilizza esclusivamente strumenti Apple, e la
cosa che mi ha fatto riflettere di più di tutti, che secondo
me è molto interessante, lo porto come esperienza, che lo dico sempre,
e che ha usato il computer, perché ovviamente alle scuole fanno utilizzare
il computer, lei è abituato sull'iPad, ha detto: A me il computer
non piace perché è troppo difficile.
Io con l'iPad riesco a fare tutto e non riesco a capire
perché devo avere un tastiera e un mouse quando col tablet faccio
tutto quello che voglio.
E dagli torto.
No, ha ragione.
E invece, ultima domanda che andi verso la conclusione della puntata: due
dritte sul podcast, cosa usi?
Perché, se no, la povera Valentina l'abbiamo sequestrata.
Eh, sì, l'abbiamo sfinita!
Esatto.
Colpa mia è che sono una chiacchierona.
No, no, no, qui sei in buona compagnia con la chiacchiera, non
ti preoccupare, esatto.
Il problema è scoparci, non è andare avanti.
Quella era la domanda che non l'ho sentita, Roberto.
Scusami, raccontaci un po' cosa usi per il podcast: Ah, per il
podcast.
Allora, allora della strumentazione, vabbè, io poi non devo.
Sì, ma proprio anche in modo leggero, senza sapere Marche modello, giusto
per capire cosa fai, cosa usi?
No, cioè, non dovendo io poi fare montaggi, allora, gli strumenti di
base sono microfono, rode o rode.
Adesso non so dire bene, mi uccide Matteo.
Comunque quello che mi.
non ti preoccupare, è quello, ci siamo capiti.
Quel rode è quello che mi permette di muovermi perché io mi
muovo molto e gesticolo quindi però può catturare la mia voce anche
se mi allontano un po'.
Non devo stare appiccicata.
Quindi, quello, poi.
Che cos'altro si usa?
Ah, poi, sicuramente indispensabile, poi io mi affeziono molto, lui ogni tanto
cerca di cambiarmi
le api, i programmi io non voglio.
Però, per la correzione dei testi, le indicazioni, i passaggi più tecnici
tra me e lui, mix up assolutamente.
Cioè, è il nostro strumento.
Per la condivisione dei progetti, quindi da A alla Z, quindi non
solamente dei file sonori, perché io spesso mi registro pezzettini, i miei
raccordi e glieli mando senza che lui mi segua.
Cioè, ormai vado abbastanza indipendente.
Comunque abbiamo un organizzatore che ho preteso di continuare a utilizzare che
è Basecamp perché è il più intuitivo di tutti, è il più
simile al mondo Apple, cioè, io trascino, metto dentro.
Sono tutte cose belle grandi, belle rotonde e io mi sento a
casa.
Ha tentato di farmi utilizzare anche altre cose, ma per me non
erano per niente intuitive, per cui mi impastavo.
Che uso tantissimo, è il trascrittore, purtroppo su quelli ne abbiamo provati
mille.
E alla fine io sono ancora succube e dipendente da un trascrittore
a pagamento, quindi con abbonamento che è Sonyx, perché è quello con
cui mi trovo meglio in assoluto.
Cos'altro ancora c'è dell'altro?
Ha le cuffie dipende,
ho le cuffie digitali, come si chiama WiFi, ormai tutte rotte, che
sono quelle che mi porto in giro, se no, queste cuffie.
Qui invece con il jack, che funzionano anche sulla professionali
che funzionano anche sull'iPad, tra l'altro, cosa che non si può dire
dello smart, e basta, c'è dell'altro.
Ti do una brutta notizia: se con i nuovi iPad non funzionano
più neanche con i nuovi iPad.
Ma me li immaginavo, sai, no, no, ma me li immaginavo, perché
ormai quel buco lì lo tolgono da tutto ormai.
E poi, beh, noi stiamo registrando con voi in Quick Time alla
fine, dopo qualche mese, per cui ho usato audio high jack.
Ok, è quello che sto usando io per bacappare tutta registrato.
Io mi trovavo bene, però poi alla fine, non so quel tipo
di inghipo ci siamo trovati ad affrontare con Matteo e Andre, credo,
non mi ricordo più.
Insomma, sono tornata Quick Time.
Però ho usato anche Garage Band in passato, perché mi era stato
richiesto, e lì, tra l'altro, è la prima volta che sono intervenuta
sulle piste.
Io perché mi facevano inserire le correzioni direttamente.
Mi sentivo un grande, ma meglio se lo fa qualcun altro,
è comprensibile, non è un bel lavoro, nel senso, se non sei
portato a fare quello, è tosto, a me piace fare l'editing dell'audio.
Tutto non invidio Filippo, che invece lui utilizza tutto un altro metodo
per l'editing dell'audio che usa l'iPad per fare l'editing audio.
Ma veramente
è bellissimo, la pensi e le iPad e le dita, come si
suol dire?
Quest'applicazione.
Io abitualmente l'editing lo faccio la domenica pomeriggio in relax, taglio con
la penna, quindi seleziono le parti, per esempio, da togliere e faccio,
spoccio scanca.
Ho capito come fai, ma su quale abusi c'è su si chiama
Ferrite.
Se ascolti il canale YouTube di un certo Matteo Scandolin, ne ha
parlato anche Matteo.
Mi farò aggiornare direttamente.
La vera fonte
penso di non aver dimenticato niente, perché
i video non servono per fare i podcast, teoricamente.
No, ho detto tutto.
C'è qualcosa, se vi viene in mente che ho dimenticato
la cosa fondamentale, ditemelo dopo, poi Matteo, se no, ti cazza domani
anzi, stasera bisogna lasciargli un po' di lavoro a Matteo.
Ah no, ho quello che io chiamo il microfonino di pick up,
che è quello che ogni tanto, a parte il fatto che un
giorno l'ho prodotto, che lui si era dimenticato la sua attrezzatura, io
ho tirato fuori il mio microfonino, che è quello che ha l'antennina
che tu puoi mettere anche sulla porta quando sentite questo rumore, perché
lo sto tirando fuori da una.
e io lo chiamo microfonino direzionale di pick up, però è un
Lavalier.
No, ho detto una parola a caso.
Sì, ok.
Ah, sì, ce l'ho anch'io, ce l'ho anch'io così.
Questo, invece, è un microfonino.
Ecco, questo è un oggetto appunto che mi ricorda Paper Nick quindi
sono particolarmente affezionato, il microfono remoto, chiamamolo così wireless.
Ma lo riesce anche a attaccare all'iPhone, questo o l'iPad, sì, esatto,
l'avevo preso per quello, avevo preso per quello.
Perché mi volevo dilettare con dei video che non ho mai fatto.
Tuttavia, prima o poi lo farò sei in compagnia, come al solito,
è grande la compagnia grandissima.
Prima o poi arriveremo tutti quanti a fare dei video.
Ho una ritrosia, anch'io,
è complicato, complicatissimo.
Siamo tre nella stessa barca.
Invece Matteo le fa così, vedi, invece quegli altri due, la Francia,
a dirmi: ma no, Vale cosa vuoi che sia?
Ma non è vero, questo tubo.
Ma no, ma cosa vuoi che sia, non è così, non è
così, non è così, è un'ulteriore expertise che devi maturare, devi crescere,
non è così.
Esatto, sono d'accordo.
Quindi non so o ce l'hai o non ce l'hai, nel senso
che c'è chi si mette davanti al video e va a dritto.
È vero,
si impara tutto.
Il problema è di volerlo fare e a battere il muro, come
si suol dire.
Però il primo periodo è dura.
Sì, è quello perché poi probabilmente ce la faremmo tutti, però è
abbattere il muro.
Io perché poi non sono nemmeno una grande fruitrice di video.
Cioè, io ancora adesso, quando leggo il quotidiano, sono tutti abbonamenti digitali,
non lo svoglio più, ma quando mi parla per video, io mi
innervosisco.
Nonostante io poi, tra l'altro, sia una molto visiva, però per me
c'è qualcosa, non lo so, dovrei analizzarlo nel profondo.
Questa cosa.
Mentre con la voce benissimo, però no, video, non lo so, c'è
qualcosa.
Per cui faccio fatica a praticarlo su di me.
Prima o poi dovrò farlo.
Quel salto.
Eh sì, purtroppo stiamo andando in quella direzione in maniera credo irreversiva.
Come si dice, credo anch'io.
A meno proprio che non succeda qualcosa di apocalittico e allora lì
abbiamo altri problemi.
Però dopo, infatti, esattamente.
Dunque, andando verso la conclusione della puntata, solo un paio di cose.
Dove ti possiamo trovare livello online?
Quali sono i tuoi progetti attivi dove possiamo informarci su di te?
Allora, io l'unica cosa, dopo lunghe discussioni, questo è con Andrew, alla
fine l'unico social che pratico insieme a LinkedIn, ma poco.
Linkedin l'ho usato molto all'inizio, diciamo, di questa seconda vita, adesso ho
mollato un po' il colpo.
Però Instagram è un profilo che si chiama Vale Depov e lì
c'è il mio Link Tree dove più o meno tengo monitorate le
mie attività e anche i podcast attivi, non so nemmeno se ci
sono tutti, però dovrebbero.
Anche sul profilo LinkedIn mio, Valentina De Poli.
Quindi si trovano sia i podcast personali sia quelli conto terzi, aziende,
anche quelli dove sto nel dietro le quinte.
E magari non vado in boce, ma insomma faccio più il copione,
la regia: la mente occulta, questo esatto, che poi è la cosa
che mi piace di più.
No, non è vero, però, insomma, mi dà sempre molta soddisfazione, quella
parte lì.
Questo basta.
Ma ci credo, è molto interessante, nel senso che hai mi è
piaciuto tutto il tuo percorso personale e professionale, ti seguo molto da
vicino.
Perché appunto mi sento molto affine e.
E davvero, è molto bello sentire la tua voce sull'organizzazione per negati,
che fai un po' da contraltare e ci riporti tutti quanti con
i piedi per terra, con problemi pratici che dobbiamo affrontare, quei due
secchioni che la fanno facile, diciamo così.
Sì, quei due secchioni che la fanno facile, per loro è semplice,
nel senso, ormai sono arrivati, hanno fatto tutto, invece, c'è gente che
sta rancando ancora adesso e
non è così semplice fare tutto quanto, quello che riescano a fare
loro, ma questo è un altro discorso.
Andatevi ad ascoltare organizzazione per Negati.
Come sapete c'è Matteo Scandolin che abbiamo sentito in tre puntate qui
su A2 Podcast, adesso abbiamo avuto anche il piacere di sentire
Valentina De Poli.
Chissà che magari la sentiremo poi anche più avanti, io spero di
molto volentieri, anche per noi, è stato veramente un piacere e sono
sicuro che anche per i nostri ascoltatori sia stato un piacere altrettanto.
Lo spero a proposito, sicuramente, ma figurati.
Anzi, è stato tutti gli argomenti, è stato eterogeneo, non è stato
un argomento unico verticale ed è molto bello sentire dalla propria voce
direttamente le tue parole.
Tra l'altro, se vuoi salutare i nostri, che ormai sono tutti i
nostri ascoltatori, vai tranquilla, salutali come sai fare tu.
Ah, davvero, mamma mia, io di solito dico baci, vado via così
.
No, in realtà anche perché non sei abituata con organizzazione pannegata.
No, ringrazio tutti, in realtà, forse non mi era mai capitata una
diretta per chi è in diretta così a notte fonda,
quindi mi piace dire, sì, ormai abbiamo fatto le 11: Buonanotte, adesso
faccio un po' come si chiama Truman Show.
Buongiorno, buonanotte.
Grazie davvero, è stato bello, quindi torno volentieri e prometto anche che
sarò più lea nell'andare ad ascoltare anche le puntate che non riguardano
me, perché di questo narcisismo non se ne può più.
Quindi, grazie a tutti gli ascoltatori di Adu di Filippo e Roberto.
Cavoli, 72 puntate sono tante.
Come al solito, un po' alla volta con calma, si fa.
Bravi, bravi.
Grazie.
Ma settimanale, sai che non ve l'ho neanche chiesto?
Bisettimanale bisettimanale, bisettimanale vuol dire 15-inale o due volte la settimana ogni
lunedì, ogni altro lunedì, come direbbero gli americani,
va bene.
La prossima volta faremo tutto questo podcast in inglese.
Sarà un po' diverso, sarà corto, ma divertente sicuramente.
Grazie, ragazzi, davvero.
Grazie a tutti e a tutti voi che state ascoltando, baci, perché
con questo devo finire.
Il piacere, è tutto nostro.
È tutto nostro piacere, veramente.
Grazie Valentina.
Grazie mille.
Prendo la palla al balzo.
Ovviamente, come sempre, vado a fare le chiusure.
Se volete supportare il podcast, sapete cosa fare, una bella recensione sia
podcast o dove vi capita, mettete tutte le stelline che potete che
ci fa tanto piacere.
E se volete anche scrivere due righe di recensione, ancora meglio perché
così riusciamo a capire se siamo sulla strada giusta e soprattutto a
farci conoscere da persone nuove che sono interessate alle stesse cose che
piacciono a noi.
Se volete sapere come fare una recensione, trovate il link nella notte
dell'episodio.
Se volete iscrivere direttamente a noi due, potete utilizzare l'indirizzo di posta
elettronica.
scrivi.aichola.
Come sempre, per quanto riguarda i link di questa puntata, troverete tutto
quanto nel note da episodio, oppure andate a sbilciare l'indirizzo a due
podcast.it72.
Dove ci potete trovare?
Dunque, Valentina, avete capito che, insomma, potete andare sul suo profilo Instagram
e andare a vedere il suo link, dove praticamente è una specie
di link che punta a una pagina web dove raggruppa tutte le
cose che sta facendo in questo momento Valentina e poi anche quelle
future.
Invece, per quanto ci riguarda, potete trovarci nelle rispettive case digitali.
La mia si chiama Mac Architettura ed è un blog personale dove
lì troverete tutto quanto all'indirizzo marto.net.wordpress.com.
Invece il nostro grandissimo filippo super organizzato.
Lo troviamo dove.
Allora ci sentiamo nel prossimo lunedì, no, nell'altro lunedì, che meglio.
Ciao.
Alla prossima, come si suol dire.