Ep. 48 1:42:45

Passato e futuro con Franco Solerio

In questa puntata Roberto e Filippo hanno il piacere di chiacchierare con Franco Solerio, patrono di Digitalia, creatore dell'app Castamatic, medico, velista e (non da ultimo) utilizzatore di dispositivi Apple. Note episodio Franco Podcaster Rockast Italia 2005 Digitalia dal 2009 (https://digitalia.

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Note dell’episodio

  • Digitalia: il podcast di tecnologia condotto da Franco Solerio, nato nel 2009 per raccontare l’impatto di internet, piattaforme e cultura digitale con taglio divulgativo e critico.
  • Castamatic: l’app per ascoltare podcast sviluppata da Franco, nata dall’esperienza dell’app dedicata a Digitalia e poi diventata un player generalista con supporto a funzioni Podcasting 2.0.
  • Podcasting 2.0: il progetto che estende il podcast aperto con nuovi tag e funzionalità come capitoli, trascrizioni, live, notifiche e sistemi di pagamento diretti.
  • Podcast Index: la directory aperta dei podcast citata da Franco come infrastruttura alternativa alle directory controllate dalle grandi piattaforme.
  • Podcast Namespace: il namespace RSS che raccoglie le estensioni tecniche del Podcasting 2.0.
  • PodPing: sistema di notifica globale per aggiornamenti dei podcast, basato su Hive e pensato per rendere più rapida la propagazione dei nuovi episodi.
  • Lightning Network: rete di secondo livello sopra Bitcoin usata per micropagamenti rapidi, inclusi i pagamenti value-for-value in satoshi.
  • Umbrel: piattaforma citata tra gli strumenti per gestire servizi self-hosted e nodi legati all’ecosistema Bitcoin e Lightning.
  • Citadel: progetto open source per nodi personali Bitcoin e Lightning.
  • Run Citadel: sito del progetto Citadel citato nelle note originali.
  • Jupiter Broadcasting Boosts: esempio di uso dei boost e dei messaggi value-for-value nei podcast statunitensi.
  • Breez: app che integra Lightning e funzioni utili anche nell’ecosistema Podcasting 2.0.
  • Podfriend: player podcast che supporta funzioni moderne del podcasting aperto.
  • CurioCaster: applicazione podcast compatibile con elementi del Podcasting 2.0.
  • Podverse: player podcast open source con supporto a capitoli, clip e funzionalità Podcasting 2.0.
  • podStation: estensione/player per podcast citato tra le applicazioni compatibili.
  • Sphinx Chat: app e piattaforma che unisce messaggistica, Lightning e podcasting.
  • Fountain: app podcast orientata a value-for-value, boost e pagamenti agli autori.
  • Alby: servizio citato da Franco per semplificare la gestione di wallet e pagamenti Lightning via web.
  • Ableton Live: la digital audio workstation che Franco usa da anni per registrare e produrre i suoi podcast con un approccio simile alla performance dal vivo.
  • OBS Studio: software usato nel setup di Digitalia per video, dirette e gestione dello studio distribuito.
  • RME Audio: produttore tedesco di interfacce audio scelto da Franco per affidabilità e stabilità dei driver.
  • TouchOSC: app citata da Franco per costruire superfici di controllo personalizzate su iPad tramite protocollo OSC.

Sinossi1

1. Franco Solerio, la musica e l’inizio del podcasting

Filippo e Roberto aprono l’episodio presentando Franco Solerio come una figura storica del podcasting italiano: prima con Rockast Italia, poi con Digitalia. Franco ridimensiona con ironia l’etichetta di “storico”, ma il punto di partenza è proprio la lunga continuità del suo lavoro davanti al microfono, iniziato nel 2005 e proseguito per diciassette anni.

Roberto parte da un dettaglio visibile nella chiamata video: una chitarra alle spalle di Franco. Da lì nasce il racconto dell’adolescenza, quando Franco scopre la chitarra elettrica vedendone una dal vivo a tredici anni. L’idea che le canzoni ascoltate alla radio possano essere suonate anche da ragazzi comuni lo porta a comprare una chitarra usata da un amico e a entrare nel classico percorso fatto di gruppi, prove, registrazioni e sogni di fama.

Franco lega subito la musica alla tecnologia. Per diventare noti, spiega, un tempo servivano tre cose esterne e difficili da ottenere: qualcuno che finanziasse la registrazione, qualcuno che distribuisse il disco e qualcuno che lo promuovesse. Nel corso degli anni, computer e internet hanno reso progressivamente più accessibili questi tre passaggi. Prima la registrazione casalinga, con Amiga, MIDI, registratori a quattro tracce e poi hard disk recording; poi la distribuzione online, con servizi che permettevano agli artisti indipendenti di vendere i propri CD; infine la promozione, che con il podcasting diventa alla portata di chi non ha accesso a radio e televisioni.

“La storia della mia vita nella musica e del podcasting sono stati i passaggi in cui queste tre cose sono diventate, grazie alla tecnologia, gestibili autonomamente.” — Franco, 00:03:43

Rockast Italia nasce così: una trasmissione dedicata alla musica rock indipendente, con brani autorizzati per i podcast, presentazioni delle band, rapporto diretto con artisti e ascoltatori e un lavoro di selezione settimanale. Roberto riconosce in quel percorso una continuità tra sfogo musicale giovanile e uso produttivo del podcast come canale di promozione.

2. Dagli albori artigianali a un mezzo più professionale

La conversazione si sposta sui primi anni del podcasting. Franco racconta di aver iniziato ascoltando podcast in modo quasi manuale: download sul computer, trasferimento sull’iPod e collegamento artigianale all’autoradio. Dopo circa un anno decide di provare a registrare, recuperando da un cassetto un vecchio microfono Shure SM58. La prima puntata di Rockast Italia è interamente scritta e letta; riascoltandola, Franco capisce subito che quel metodo non funziona per lui e sceglie da lì in avanti un approccio più libero.

Il confronto con Filippo e Roberto mette in evidenza quanto fosse diverso il contesto. All’epoca si sperimentava molto: c’era chi registrava in auto, chi trasformava i tragitti quotidiani in episodi, chi usava formati improvvisati e personali. Franco cita il podcast di Antonio Pavolini registrato nei viaggi dentro Roma, come esempio di una stagione in cui la soglia tecnica e culturale per iniziare era più bassa e forse più creativa.

Oggi, osservano i tre, chi vuole cominciare si confronta subito con modelli molto alti: prodotti narrativi curati, video professionali, youtuber con squadre complete. Franco distingue nettamente audio e video. L’audio, anche a livello molto alto, può essere gestito da una o due persone; il video professionale richiede invece luci, trucco, vestiti, set, regia, montaggio e un’organizzazione più simile a una piccola produzione.

Digitalia ha scelto una via coerente con la propria identità: il video esiste, ma non come prodotto principale. È una finestra laterale sulla registrazione audio, una sorta di possibilità per gli ascoltatori di osservare lo studio mentre la trasmissione rimane pensata per le cuffie.

“Il nostro scopo è il nostro mondo è l’audio.” — Franco, 00:13:38

Da questo passaggio emerge anche un consiglio pratico per chi vuole iniziare: non aspettare di raggiungere standard irrealistici prima di pubblicare. Un prodotto può essere imperfetto, purché non risulti fastidioso e abbia qualcosa di interessante da dire.

3. La nascita di Digitalia e il racconto della tecnologia

Roberto chiede a Franco come sia avvenuto il passaggio da Rockast Italia a Digitalia. Franco spiega che il movimento della musica indipendente distribuita via podcast stava perdendo slancio, anche per difficoltà delle aziende e dei network che lo sostenevano. Inoltre, il lavoro solitario di selezione era diventato pesante: per trovare quattro o cinque brani validi a settimana bisognava ascoltarne trenta, spesso mediocri.

Digitalia nasce nel 2009 insieme a Carlo Becchi, con l’idea di parlare di tecnologia a un pubblico più ampio. In quel periodo i podcast erano ascoltati soprattutto da appassionati di tecnologia: prima dell’esplosione definitiva degli smartphone, internet e il digitale erano ancora percepiti come territorio da geek. Franco e Carlo intuiscono però che la rete non resterà confinata a quella nicchia: avrebbe influenzato elezioni, scuola, genitorialità, informazione, relazioni sociali e lavoro.

L’obiettivo di Digitalia diventa allora spiegare il senso delle notizie tecnologiche, non limitarsi a leggerle. Franco usa un paragone volutamente provocatorio: fare una sorta di Maurizio Costanzo Show della tecnologia e della rete, cioè un luogo di conversazione e approfondimento per capire che cosa significano davvero i cambiamenti digitali.

Roberto sottolinea il valore divulgativo di questo approccio. Nei mondi professionali, come architettura, diritto e medicina, i tecnici tendono a dare per scontati linguaggi e rappresentazioni che per gli altri non lo sono. Spiegare in modo gentile e comprensibile diventa quindi una forma di accompagnamento culturale. Digitalia, secondo Roberto, ha contribuito a rendere più accessibili temi che in Italia faticavano a uscire dalle comunità specialistiche.

4. Setup audio, affidabilità e Mac Apple Silicon

La parte centrale dell’episodio entra nel setup di Franco. All’inizio di Rockast Italia era già completamente su Mac. Le prime registrazioni passano da software come Traktor e da digital audio workstation usate anche per la musica, ma Franco individua presto in Ableton Live lo strumento più adatto al suo modo di produrre podcast: non una registrazione frammentata e montata a posteriori, ma una performance quasi dal vivo, con voce, brani, sigle, jingle e una revisione finale.

Con Digitalia la complessità aumenta perché la trasmissione è a più voci e con studio distribuito. Dal 2009 in poi Franco deve far dialogare Skype, Google Hangout, Ableton Live, OBS, sistemi di diretta audio, streaming video, server di relay e registrazioni locali. La difficoltà principale non è soltanto avere buoni microfoni, ma far funzionare in modo continuo e affidabile programmi diversi sullo stesso computer o su più macchine.

“Il podcast non deve essere una rottura di scatole.” — Franco, 00:28:27

Questa frase riassume la filosofia tecnica di Franco: lavorare prima sul setup, in modo che durante la puntata l’attenzione resti sulle idee, sulle notizie e sul rapporto tra i conduttori. Per questo privilegia hardware solido, in particolare interfacce audio RME, scelte non per effetti appariscenti ma per driver stabili e affidabilità.

Franco descrive poi il suo setup attuale: MacBook Pro 16 pollici con chip M1, Mac mini M1 come macchina di supporto, display LG 5K, vecchi Cinema Display ancora utilizzati come monitor di riserva, tastiera con Touch ID e Magic Trackpad. Il MacBook Pro M1 viene definito il miglior computer che abbia mai avuto soprattutto per due motivi: è portatile e non fa partire le ventole. Per chi registra audio, il rumore delle ventole è un problema tecnico e anche una fonte di fastidio personale.

Il passaggio da Intel ad Apple Silicon, racconta Franco, non è stato traumatico. La sua regola è attendere: per i nuovi sistemi operativi aspetta normalmente le vacanze di Natale, controllando che i software essenziali abbiano dato semaforo verde. Con Apple Silicon, però, molte aziende audio si sono mosse rapidamente, spinte dalla domanda dei professionisti stanchi di macchine calde, rumorose e poco adatte alla produzione sonora.

5. Ergonomia, mouse, trackpad e uso professionale del Mac

La discussione sui dispositivi Apple porta a un confronto sull’ergonomia. Franco racconta di aver abbandonato il mouse da anni in favore del Magic Trackpad. Per il suo tipo di lavoro, le gesture, lo swipe tra spazi, l’apertura delle cartelle e i comandi multitouch sono più importanti della precisione al pixel. Roberto, che usa software di progettazione architettonica, spiega invece che nel disegno digitale il trackpad non può sostituire del tutto il mouse e cita il mouse verticale come soluzione per ridurre i problemi al polso.

Franco interviene anche da medico: molte tecnologie di input sono nate senza una vera attenzione all’impostazione anatomica e fisiologica. Il mouse tradizionale obbliga il polso a una posizione innaturale, e Apple, pur molto amata da Franco, viene criticata per aver spesso privilegiato oggetti belli da fotografare rispetto alla comodità d’uso. Il Magic Mouse, in particolare, viene descritto come un esempio di design esteticamente curato ma problematico.

Filippo porta poi l’esperienza del settore legale. Per un avvocato, le esigenze hardware sono più leggere: scrittura, browser, gestione documentale. Le difficoltà vere, nel mondo Mac, arrivano piuttosto da processo telematico, firme digitali e driver di dispositivi spesso sviluppati con lentezza. Il passaggio a 64 bit è stato più complicato, perché ha costretto alcuni fornitori ad aggiornare codice molto vecchio.

Franco, dal lato medico, spiega di usare il Mac in modo relativamente semplice: comunicazione con pazienti via email e WhatsApp, browser, corsi online, presentazioni Keynote, fatturazione via web. Non lavorando dentro ospedale o ASL, non deve dipendere da software di cartella clinica, ricetta dematerializzata o fascicolo sanitario. Questo gli permette di restare nell’ambiente Apple senza particolari attriti.

6. iPad, OSC, programmazione e Castamatic

Uno degli usi più interessanti dell’iPad nel setup di Franco riguarda il controllo dell’ambiente audio di Digitalia. Franco usa il protocollo OSC, una sorta di evoluzione del MIDI trasportata via rete, per far comunicare superfici di controllo, Ableton Live, OBS e altri strumenti. Con app come TouchOSC costruisce interfacce personalizzate con bottoni, fader ed encoder; poi, per esigenze specifiche, ha sviluppato un software ponte che collega l’iPad ai programmi usati durante la registrazione.

Da qui nasce il racconto del rapporto di Franco con la programmazione. La prima esposizione ai computer arriva a dodici anni, durante un corso estivo alla British School di Sanremo: una stanza con Commodore 64 e lezioni di BASIC. L’aggancio per i ragazzi erano gli ultimi minuti dedicati ai videogiochi, ma Franco si appassiona anche al codice. A Natale arriva il suo Commodore 64 e da lì la programmazione resta una competenza trasversale.

Questa competenza torna utile anche nella tesi di laurea in medicina: Franco realizza un software per interpretare risultati di laboratorio complessi legati alla compatibilità tra donatore e ricevente nei trapianti di rene e midollo. Un lavoro che a mano richiedeva ore, con grandi fogli pieni di righe e colonne, viene automatizzato in pochi secondi.

“La prima cosa che ho imparato a fare con il computer è stato programmarlo.” — Franco, 00:54:02

Castamatic nasce dallo stesso impulso. Prima Franco sviluppa un’app dedicata a Digitalia, con podcast, calendario delle dirette, notifiche push e integrazione dell’hashtag su Twitter. Poi, non trovando un player podcast che riunisca le funzioni che desidera, decide di costruirne uno per sé. La pubblicazione su App Store trasforma il progetto personale in un’app usata da altri, con richieste, suggerimenti e un codice sempre più impegnativo da mantenere. Franco spiega che Castamatic e Digitalia non sono il suo lavoro principale, ma nel tempo sono diventati una quota reale del reddito annuale, sufficiente a richiedere continuità e responsabilità.

7. Podcasting 2.0, directory aperte e value-for-value

Roberto chiede a Franco di spiegare il supporto di Castamatic al Podcasting 2.0. Franco parte dalla filosofia originaria del podcast: una tecnologia dal basso, aperta, globale, capace di permettere a chiunque di pubblicare. Per anni il podcasting è cresciuto lentamente, senza l’esplosione tipica delle grandi piattaforme digitali, ma proprio questa crescita costante lo ha reso interessante per aziende come Spotify e Apple.

Il rischio, secondo Franco, è che il podcast venga riportato dentro modelli chiusi già noti: esclusive, app obbligatorie, controllo degli accessi e dipendenza dagli inserzionisti. Spotify, ad esempio, ha interesse a trattenere gli ascoltatori dentro la propria app e a usare contenuti audio meno costosi della musica. Le esclusive possono però snaturare il podcasting, perché spostano il potere da autore e ascoltatore alla piattaforma.

Podcasting 2.0 nasce come tentativo di modernizzare l’infrastruttura aperta del podcast, aggiungendo funzioni capaci di competere con le piattaforme chiuse: capitoli, trascrizioni, notifiche, live, possibilità di guadagnare, nuove estensioni RSS e soprattutto una directory indipendente, Podcast Index. Franco ricostruisce anche il ruolo storico della directory Apple: per anni aperta e accessibile agli sviluppatori, ma comunque dipendente da un soggetto privato. Podcast Index vuole invece essere scaricabile, interrogabile via API e disponibile come base comune.

“La cosa più importante per tenere libero aperto il mondo del podcasting è fare in modo che ci sia un modo per trovare podcast.” — Franco, 01:12:15

La conversazione arriva poi al value-for-value. Roberto lo collega ai satoshi e alla Lightning Network; Franco corregge il termine “minare” e chiarisce che si tratta di trasferimenti di pagamento, non di creazione di nuova criptovaluta. L’ascoltatore può inviare un boost, cioè un pagamento istantaneo con eventuale messaggio, oppure impostare uno streaming di satoshi proporzionale al tempo di ascolto.

L’idea è semplice: se un podcast ha valore per l’ascoltatore, l’ascoltatore può trasformare quel valore in un contributo diretto. Franco insiste però sul fatto che non basta la tecnologia: serve anche una comunicazione costante con il pubblico, perché il value-for-value è una filosofia oltre che un meccanismo tecnico.

8. Adozione italiana, Stati Uniti e strumenti per semplificare

Filippo porta l’esempio di Jupiter Broadcasting, che usa i boost come canale di comunicazione con gli ascoltatori. Chiede poi se in Italia ci siano esperienze simili e quanto il contesto locale sia pronto per Bitcoin, satoshi e Lightning. Franco risponde distinguendo due aspetti: gli Stati Uniti sono avvantaggiati sia perché molte innovazioni nascono lì, sia perché il pubblico potenziale in lingua inglese è enormemente più grande.

Un podcast italiano e uno statunitense con lo stesso posizionamento relativo nelle classifiche vivono economie molto diverse. Se una percentuale simile di ascoltatori contribuisce, in Italia possono arrivare pochi euro, mentre negli Stati Uniti la stessa dinamica può produrre centinaia di dollari. Questo accelera l’adozione americana, perché rende più visibili i benefici e più ricco anche il flusso di messaggi allegati ai boost.

In Italia Franco cita alcune realtà interessate o già attive: Bitcoin Italia Podcast, Digitalia, Easy Apple e l’area del Festival del Podcasting legata a Giulio Gaudiano. L’adozione non è ancora vasta, ma nel mondo del podcasting aperto c’è attenzione.

Franco invita anche a non spaventarsi della complessità. Rispetto a un anno prima, strumenti come Alby stanno rendendo più semplice aprire un wallet, gestire satoshi e collegare pagamenti Lightning alle app podcast. Il paragone torna ai primi anni del podcasting: ascoltare episodi in auto nel 2005 era più difficile di molte configurazioni value-for-value attuali. La direzione, secondo Franco, è una progressiva riduzione degli attriti.

9. Tecnologia in barca, regate e sport acquatici

Nell’ultima parte Roberto chiede a Franco di raccontare il rapporto tra vela e tecnologia. Franco spiega che dipende molto dal tipo di barca. Nelle imbarcazioni più avanzate la tecnologia entra nella progettazione di scafi e vele, nelle simulazioni, nei materiali e nei sistemi di produzione. Le vele moderne, racconta, non sono più semplici pezzi di tessuto cucito: spesso sono strutture in materiali plastici con fibre di Kevlar o carbonio disposte lungo linee di forza calcolate al computer.

A bordo, il livello tecnologico può variare enormemente. Nella Coppa America si arriva a barche manovrate con joystick, navigatori con dati in tempo reale su visori e sistemi di controllo sofisticati. Su barche meno estreme ci sono centraline del vento, strumenti tattici, computer di bordo, tablet per il navigatore e analisi dei parametri. Sulle barche con cui regata Franco, la tecnologia principale è più essenziale: GPS, bussola e strumenti per gestire la partenza, in particolare il calcolo del time on distance per attraversare la linea esattamente al momento giusto.

Dopo la regata, i dati diventano materiale di analisi. Le tracce GPS, le velocità, le regolazioni e l’uso delle vele permettono di capire come si è comportata la barca in determinate condizioni. Franco paragona la barca a vela a un violino: una macchina piena di regolazioni sottili, da adattare a vento, onda, stagione, peso dell’equipaggio e assetto.

Roberto collega il tema al digital twin in architettura, cioè al modello digitale collegato all’edificio reale tramite sensori e IoT. Franco precisa che in regata il regolamento limita l’aiuto esterno: durante la competizione l’equipaggio deve essere autonomo. Tuttavia, nella preparazione e nello sviluppo, sensori, reti neurali, intelligenza artificiale e analisi dati sono ormai centrali, soprattutto su barche di alto livello e nello sviluppo delle vele.

L’ultimo argomento reale della puntata è il wing foil, che Franco descrive come un incrocio tra windsurf, kite surf e barche sui foil. Una persona sta in piedi su una tavola con un’ala immersa che la solleva dall’acqua, tenendo in mano una vela leggera non collegata alla tavola. È uno sport nuovo, spettacolare e già tracciabile con Apple Watch e app dedicate agli sport acquatici, capaci di registrare velocità, percorsi, cadute, calorie e dati di uscita.


  1. Questa sinossi è generata con l’intelligenza artificiale a partire dalla trascrizione della puntata. ↩︎

Leggi la trascrizione completa

Benvenuti all'episodio 48 di A2, in cui scoprire come ottenere il massimo

dalla vostra tecnologia Apple.

Io sono Filippo Strozzi e sono il vostro ospite, assieme all'amico Roberto

Marin.

Di che cosa e con chi parliamo in questo episodio, mio caro

Roberto?

In questo episodio ho il piacere e l'onore di introdurre un personaggio

che definire storico nell'ambiente podcast e solo fargli un complimento, nel senso

che lui è uno dei primi che ha accompagnato il podcasting italiano

in Giro per Letter, non solo con una transmissione, ma con due:

la prima è Rockhast Italia, la seconda Digitalia.

Io direi di dare un grandissimo benvenuto dall'Emi Studio 1, Franco Solerio.

Ciao a tutti, ciao, grazie di avermi invitato dalle vostre parti.

È veramente un piacere per me.

Anche se storico, mi fa veramente sentire un dinosauro.

Però va bene, va bene lo stesso, diciamo che è una storia

breve e quindi ci può stare.

Insomma, adesso storia breve dal 2005 non è una storia breve.

Devo ricordarmi, non ricordo.

Ho buttato 17 anni della mia vita davanti a un microfono, ma

vabbè.

Non solo davanti a un microfono, immagino.

Allora, Franco, raccontaci un po'.

Sappiamo benissimo che sei un podcaster di elevata estrazione, chiamiamola così, non

fai solo quello, nel senso, come dicevi, tu hai buttato via 17

anni, ma buttarli via così con questo successo non è mica da

poco.

Fai anche altro nella vita, tra cui anche il medico, lo sviluppatore

e molto probabilmente il verista.

Aggiungo un'altra piccola chic perché noi lo vediamo anche in video come

lo state vedendo voi, ma chi non sta vedendo in video e

sta ascoltando, ha anche una chitarra dietro le sue spalle.

E da lì vorrei

ma c'ho piccolino perché non ho troppa banda.

Quindi raccontaci un po': prima partiamo dalle chitarre.

Raccontaci qualcosa: le chitarre, come al solito, nell'adolescenza, strumento perché noi maschietti

facciamo le cose, mica per piacere alle ragazze.

Sì, per piacere alle ragazze.

Funziona?

No, non funziona.

Però è sempre così perché inizia a suonare la chitarra, perché inizia

a fare concerto, perché inizia a fare i podcast e robe del

genere.

Non funziona, ma poi noi ci rimaniamo invischiati.

Io ho iniziato a suonare la chitarra elettrica perché ho visto una

chitarra elettrica dal vivo la prima volta in vita mia a 13

anni, in terza media, di questo mio amico, e l'ho sentito che

suonavo.

Ho detto: Ah, ma le cose che si sentono per radio si

possono anche suonare, uno le può anche suonare lui.

E allora ho detto: Vabbè, quando qualche mese dopo lui cambiava la

chitarra, gli ho comprato, la sua usata, ho iniziato a suonare.

E abbiamo iniziato a suonare insieme.

Gruppi, le solite cose che fanno i ragazzi, che facevano i ragazzi,

perché adesso è passato un po' di moda, mi dicono i giovani,

è più facile che si mettano a dire oggi suono, che vuol

dire che mettono i dischi e mixano i dischi e fanno robe

del genere.

Noi eravamo un po' più artigianali, ma la tecnologia ha cambiato anche

quella.

E niente, fondamentalmente io ero già appassionato di computer fin da piccolino,

e

il mito di quando suoni la chitarra, di quando hai la tua

band e robe del genere è diventare famoso.

Per diventare famoso hai bisogno di un po' di cose che una

volta dovevano venire da fuori, a parte il talento, ma quello non

ce l'avevamo, ma non lo sapevamo, ci illudevamo di averlo.

Ma poi tu devi trovare qualcuno che ti faccia registrare, ti paghi

la registrazione o della tua demo inizialmente, o poi del tuo disco,

e poi hai bisogno di qualcuno che la distribuisca e poi hai

bisogno di qualcuno che la promuova.

Sono tre cose che a quei tempi dipendevano unicamente da dei grossi

conglomerati, dalle etichette, dal produttore che ti pagava, l'etichetta che ti pubblicava

e che poi magari ti promuoveva.

La tecnologia, piano piano, ecco, la storia della mia vita nella musica

e del podcasting sono stati i passaggi in cui queste tre cose

sono diventate, grazie alla tecnologia, gestibili autonomamente.

Prima la registrazione con l'amiga all'inizio, le prime applicazioni prima semplicemente per

gestire il MIDI, in parallelo magari sincronizzato con un registratore a quattro

tracce a nastro e poi finalmente con i sistemi di hard disk

recording con la Miga, poi col PC e poi finalmente col Mac.

E quindi quegli anni lì ero quello che ci smanettava col computer,

mi piaceva suonare, o da solo o con i miei gruppi registravamo

i nostri pezzi e ho imparato a gestire l'audio, a mixare l'audio,

a gestire i processori di segnale, i vari come si chiamano oggi

gli effetti e gli effettini e gli effettoni, cosa che mi è

tornata poi comoda quando ho iniziato a fare il podcast.

E il podcasting ho iniziato a farlo sempre per lo stesso motivo.

Oramai non avevo più la band, non suonavo quasi più con l'università,

con i primi anni di lavoro ho smesso di suonare.

Il sogno di diventare famosi era oramai sfumato, perché registravamo, ma non

avevamo nessuno che ci producesse, vendesse i dischi e non avevamo nessuno

che ci promuovesse.

In quegli anni, appunto, il computer aveva reso possibile crearseli da soli,

ma venderli no.

Poi internet negli anni 90 ha reso possibile vendersi tramite sistemi.

C'era C di Baby, che credo sia ancora in piedi: o sistemi

analoghi.

Ti iscrivevi, mandavi i tuoi cd, vi mando 100 cd, metteteli sul

vostro sito e quando li avete venduti, mi scrivete, ve ne mando

altri 100.

E mancava ancora la promozione.

Quando è nato il podcasting, mi sembrava che fosse chiuso il cerchio,

perché il terzo elemento, quello della promozione, che dovevi cercare di fartelo

fare in radio o nelle televisioni e che quindi su ambienti inaccessibili

a meno che non avessi dei canali preferenziali o fossi particolarmente talentuoso,

e fortunato.

Con il podcasting diventava possibile fare qualche cosa per i miei fratelli

più giovani.

Io non suonavo più, non avevo più vellità, se no magari da

solo in casa, ma non avevo più bellità di.

Però dicevo: ci può essere qualche ragazzo come ero io dieci anni

fa, che ha bisogno di mesi su Rockast Italia, che era proprio

questo: era una trasmissione ispirata un po' alle trasmissioni tipo Hit Parade

degli anni Ottanta che faceva per lo più musica rock indipendente, licenziata

apposta per i podcast.

Avevamo un network, avevamo tutto un sistema di licenze particolari, e 4-5

brani a puntata, con magari la presentazione della band, qualche roba curiosa,

c'era questo anche questo filo molto stretto, questo rapporto molto stretto con

le band che mandavano a me e altri colleghi, soprattutto negli Stati

Uniti, i loro brani da pubblicare, noi li ascoltavamo insieme ai nostri

autori, ai nostri ascoltatori, e promuovevamo il modo in cui vendere a

comprare andare a comprare i dischi di questi di questi.

Che bella storia, posso dirlo, nel senso che una parte di questa

storia la condivido perché anch'io nato chitarrista, ma più che altro per

una questione di di

ciamo di divertimento.

Il mio era proprio un divertimento.

Non miravo le ragazze, ma più che altro perché all'epoca, almeno per

quello che mi riguardava, avevo bisogno di sfogare un po' di cattiveria

giovanile, nel senso che io sono nato come chitarrista heavy metal, quindi

ero molto cattivo, diciamo, non so cosa suonavi tu, ma diciamo che

aiutava molto a sfogare un po' anche le frustrazioni dell'epoca, perché avendo

iniziato come te a 14 anni più o meno, e diventando adolescente

e cercando di crescere, ovviamente un po' di attriti qua e là

ci sono e ho trovato questo sfogo nella chitarra.

Ma la cosa bella che mi è piaciuto molto del discorso che

hai fatto è che sei riuscito, però a diciamo a incanalare il

discorso della musica in qualcosa di decisamente molto più produttivo di quello

che ho fatto io.

Come te, ho abbandonato all'università e però lì ho davvero chiuso, nel

senso che non ce neanche più pensato, a collegare il podcast a

qualcosa che potesse promuovere la musica, che secondo me, è un discorso

davvero bello, mi piace molto.

Consiglio a tutti di recuperare se si può.

Le puntate di Rocast Italia, le troviamo in giro.

Questa cosa c'è ancora?

Il sito c'è, gli file audio, alcune puntate si sono perse perché

erano state su qualche host che oggi è andato a gambe all'aria,

o dove ho fatto o dove ho disdetto l'abbonamento, perché di colpa

è diventato costosissima.

Rob del genere, è un po' il problema dell'affidarsi a hosting di

terze parti.

Tuttavia, un po' di puntate ci sono ancora.

Io ho sui miei dischi, l'archivio completo di tutte le puntate.

Prima o poi, qualcosa si combinerà, sarebbe the best of qualche cosa.

È stata un'esperienza molto bella e funzionava non per tutti, ma per

gli artisti che lavoravano bene, che producevano bene, devo dire che avevano

un ritorno.

Io mi sono divertito per parecchi anni, era il 2005, 2005, iniziato.

Perché poi tu hai iniziato proprio agli albori del podcast tra virgolette,

anche americano, quello che.

Sì, io ho sentito abbastanza nascere il podcasting l'anno prima, fondamentalmente.

Poi è molto discussa la storia del podcasting degli albori.

Che cos'era, che cosa si può a seconda di cosa definiamo un

podcast, si può dire chi è stato il primo podcaster.

C'è chi dice a chiunque abbia fatto registrato una voce su un

file audio l'abbia messo su internet, ha fatto un podcast.

C'è chi dice no, chi ha fatto un feed s con un

file audio ha fatto un podcast.

Poi c'è chi dice no, che ha fatto una trasmissione seriale con

una serie di puntate, con una certa regolarità ha fatto un podcast,

per cui a seconda di come la vedi poi però, sì, gli

albori erano quelli.

Io per qualche un annetto, forse ho ascoltato podcast, scaricandoli quasi manualmente

sul computer e trasferendoli quasi manualmente sull'iPod, hackerando la macchina per riuscire

a collegare l'iPod

al circuito audio della macchina dei tempi.

E poi dopo un annetto ho detto: Vabbè, perché non ci proviamo,

perché non ci provo io?

E allora recuperando da un cassetto uno dei vecchi SM58 vecchi shure

microfoni classici del cosa.

Ho detto: Vabbè, registriamo la prima puntata, vediamo come va.

Se l'ascolto adesso mi viene il cimuro.

Era tutta tutta scriptata,

l'unica puntata in vita mia, scriptata dall'inizio alla fine, mi ero scritto

tutto, l'ho letto.

Dopodiché, l'ho pubblicato, comunque, l'ho ascoltata e ho detto: bene, fa schifo,

non scripterò mai più una puntata in vita mia.

Ad ora in avanti si va a ruota libera e piano piano

per l'inizio indubbiamente, nel senso che tutti abbiamo iniziato da qualche parte.

Io, per esempio, registravo in auto, figurati.

Nel senso che ho iniziato a registrare mentre guidavo, direttamente dal microfono,

come se facesse una chiamata quasi e quindi capisco bene: era uno

dei modi a quei tempi c'era molta più creatività, però se ci

penso, c'era un mio amico di Roma che Antonio Pavolini, che è

diventato abbastanza famoso registrando come te in macchina.

Pendo Deliri lui parlava delle brutture siccome faceva 45 minuti di macchina

per andare al lavoro a Roma, tra raccordo e strade, eccetera.

Lui parlava delle brutture che vedeva in giro per Roma tutti i

giorni una volta alla settimana, quando andava a lavorare o quando tornava.

Pendo Deliri si intitolava.

È un bel modo, c'era chi in maniera molto goliardica registrava dalla

tazza del gabinetto.

Oggi devi essere figo, devi essere serial, devi essere Gio Rogan, devi

essere una roba di successo e ti misuri con delle robe ultra

stra mega professionali.

Quindi forse siamo tutti un po' più ingessati.

Allora c'era più spazio forse per la sperimentazione.

Lo penso anch'io, nel senso che chiunque debba iniziare qualcosa adesso ha

dei riferimenti molto alti, difficili da raggiungere e molto lavorati, nel senso

che c'è del lavoro dietro che a volte non vedi e non

puoi neanche ipotizzare che ci sia.

E quindi è ottima osservazione, questa.

Perché la penso anch'io.

Io, per esempio, recentemente sto cercando un po' di

tempo perso di cercare di buttare su qualche video sul canale YouTube.

Devo cercare proprio di farmi forza, non pensare ai miei riferimenti perché,

se no, non parto.

Sono così alti, il livello così alto che non ti permette neanche

forse di essere tanto naturale.

Il video poi è ancora più difficile dell'audio, no?

Devi trattare due cose: nel video, siamo più l'essere umano è più

analitico nella vista che nell'udito.

Quindi, veramente noi abbiamo provato a fare un po' di prodotti video

only.

Anche io ai tempi di Rockast Italia, avevo fatto Rockast TV.

Adesso, con Digitalia, i miei colleghi hanno detto: Beh, proviamo a fare

affiancare anche l'esperienza video.

Dopo un po' di peripezie, abbiamo optato per un angolo molto disimpegnato,

cioè il nostro video non è una produzione video, non siamo degli

youtuber, eccetera, ma è come dire la possibilità che diamo ai nostri

ascoltatori di spiare dal buco della serratura mentre registriamo.

Infatti, non usiamo neanche più telecamere frontali, non usiamo più mezzi busti,

eccetera, ma delle telecamere messe proprio come se fosse una roba messa

lì per spiarci.

Una vera, una spy cam in ognuno dei nostri studi che si

accende mentre registriamo, ma noi registriamo per l'audio.

Il nostro scopo è il nostro mondo è l'audio.

E sì, il video se ti metti a fare video seriamente è

ancora più difficile perché mamma mia.

Io penso che un audio a livello professionale, professionalissimo, possa gestirlo tranquillamente

una persona da sola o un team di due persone a part-time.

Ma per fare un prodotto video professionale, penso che serva una squadra,

e una

squadra quasi a tempo pieno.

Perché perché per arrivare a determinati livelli, hai bisogno dei contenuti da

una parte, e quelli c'hai bisogno comunque, hai bisogno

di luci, hai bisogno di magari di trucco, hai bisogno magari di

vestiti, hai bisogno di no.

Tu guardi anche solo un Marquis Brown Lee che dice è un

ragazzetto che fa video, un Gh, che fa la roba più semplice

del mondo.

Se guardi bene, non ci sono due puntate in cui ha la

stessa maglietta o lo stesso vestito, eccetera.

Cacchio di guardaroba c'è questo qui.

Non ha un guardaroba, ha semplicemente una struttura, nel senso di una

squadra di persone che fanno arrivare delle cose che lui si mette

addosso, magari anche a scopo promozionale, e che poi escono dalla finestra.

Quella non sono i suoi vestiti, sono come la tutina che danno

al calciatore, dice oggi giochi con questa e poi finisce nel cestino

e la squadra ricicla la maglietta, la usa,

firma, e poi la vende.

Ecco, perfetto, robe del genere.

O la scambia con un altro calciatore.

Ci mancherebbe, ecco appunto.

Ci sono delle complessità dietro, ci sono anche nell'audio, per carità.

Che spesso chi vede da fuori e dice: Cavolo che bello, lo

faccio anch'io.

È insomma, poi può essere bello essere bello farlo anche in modo

grezzo, iniziare complicato iniziare complicato anche con l'audio.

Poi prendi le misure, però, se hai l'idea giusta e il pubblico

giusto, puoi anche col video e ancora di più con l'audio, permetterti

di fare la tua cosa, che sia un po' grezza, un po'

imprecisa.

Basta che non sia fastidiosa.

Può non essere perfetta, meravigliosa, con dei suoni vellutati e cose, basta

che non sia fastidiosa, ma se hai delle cose interessanti da dire

o da raccontare, eccetera, il tuo pubblico lo trova.

È assolutamente vero.

Questo è un consiglio per chi vuole iniziare.

Pite e fate qualcosa e iniziate perché se state ad aspettare di

arrivare a certi livelli, non partite mai.

Una cosa invece che volevo parlare un attimo con te, Franco, abbiamo

parlato di Rockest Italia del 2005 e poi hai iniziato l'avventura con

Digitalia del 2009.

Che ascoltiamo ancora adesso nelle cuffie.

Grazie Franco per questa tua continua, come dicevi prima, profusione di puntate.

Ogni martedì lo troviamo nelle nostre cuffie.

Volevo chiederti in passaggio cosa ti ha fatto fare il passaggio da

Rockest Italia a Digitalico.

Ma diciamo che forse l'afflato, la spinta di questo movimento di musica

indipendente che si chiamava Musica Pozzi.

Si stava un po' esaurendo per una marea di vicissitudini più che

altro

dei gruppi e delle aziende che cercavano di che lo favorivano Pod

Show in primis che gestiva appunto questo network di contatti tra musicisti,

eccetera.

Si andava un po' esaurendo ed era diventato un po' fastidioso, devo

essere sincero, mi è quasi venuto a nausea.

Perché lavorare da solo, una roba del genere, fare la puntata da

solo, voleva dire fare la puntata che era anche divertente, ma soprattutto

voleva dire ascoltare per tirare fuori 4 o 5 brani buoni a

settimana però puntata voleva dirne ascoltarne una trentina.

E ascoltare 30 pezzi, 25 pezzi schifosi, o medi, o così così,

per trovarne 5 dal buono all'ottimo, dopo qualche anno inizia a diventare

pesante.

E allora di nuovo, per passione di tecnologia, per anche per cercare

di fare qualcosa che avesse dei numeri un po' più grandi, insieme

a Carlo Becchi, che era anche lui un podcaster, ligure anche lui,

faceva delle puntate di tecnologia ma monografiche su degli argomenti singoli, pensammo

di fare un qualcosa che potesse avere una PIL più larga e

più largo in quel periodo lì, fondamentalmente, chi ascoltava podcast, era un

appassionato di tecnologia.

Perché, insomma, nel 2009 direi, siamo ancora prima dell'emergenza dell'esplosione degli smartphone,

per cui la tecnologia per la maggior parte della popolazione era veramente

un tabù, se non il computer in ufficio o robe del genere.

Quindi ascoltare si ascoltava la radio.

I podcast li ascoltavano i geek.

E quindi l'idea era di fare una cosa che piacesse ai geek.

Noi abbiamo poche persone che ascoltano i podcast, dobbiamo prenderne il più

possibile.

Qual è l'argomento che a noi piace e che può interessare ai

geek?

La tecnologia.

E contemporaneamente vedevamo come è stato un periodo di accelerazione enorme la

tecnologia in questi ultimi anni.

Adesso sta un po' rallentando, ma in quegli anni lì ha stravolto

il mondo.

E capivamo come in anticipo, vivendola un po' da dentro da appassionati,

capivamo come la tecnologia avrebbe stravolto il mondo.

Dicevamo, ma pensi che un giorno, tutto, la tecnologia internet, che noi

vediamo come una roba da geek, eccetera, cambierà, avrà.

No, dicevamo delle cose che sembravano

.

Noi ci credevamo e lo capivamo, ma quando lo dicevamo, magari a

cena a un parente o roba del genere.

No, su internet, un giorno si decideranno le elezioni.

Ma figurati, cosa vuoi che sia quello che conta per le elezioni

della televisione, cose che oggi sono banali, noi le vedevamo già allora

e ci piaceva parlarne sia del bello sia del brutto.

E dicevamo contemporaneamente queste cose qui, perché la popolazione non le capisce?

Perché non c'è nessuno che gliele spiega.

Se tu accendi la televisione, la trasmissione di approfondimento sono il Maurizio

Costanzo e Bruno Vespa e dici: a quei tempi non si parlava

di quello che succedeva sulla rete neanche con l'Umicino.

E quindi l'idea per quanto brutto possa sembrare il paragone oggi era

quello di fare una roba che fosse il Maurizio Costanzo del geek

della tecnologia della rete.

Quindi iniziamo a fare tutti i lunedì questa trasmissione, che era parlare

delle notizie tecnologie della settimana, con un taglio più di

più che di notizie di approfondimento, di capire che cosa significavano, che

cosa avrebbe significato iPhone quando è uscito, che cosa avrebbe significato Facebook.

Cercino di vedere in anticipo quello che sarebbe stato nel bene nel

male, che cosa sarebbe cambiato per i ragazzini a scuola, per i

bambini che giocano, per gli adulti fare i genitori.

Digitalia è nata così, è andata avanti così ed è maturata con

il mondo.

Oggi oggi sembra connaturata nel mondo, oggi internet lo sappiamo tutti, lo

sa il bambino, lo sa il vecchietto che internet e la tecnologia

informano in qualche modo la nostra società in ogni angolo.

Quando è iniziato Digitalia, questo non era vero, e noi abbiamo un

po' accompagnato questa transizione ed è un po' il nostro, non tanto

il nostro vanto, il nostro DNA, la nostra storia.

Il vostro credo direi quasi, nel senso che è quasi una missione

quello di riuscire a informare in modo gentile di un argomento delle

volte anche difficile per chi arriva da fuori, capire in termini tecnici,

capire quali sono le storie dietro a delle decisioni che ci troviamo

magari dentro all'iPhone, per dire.

Nel senso, quello che ci può stare, non capiamo perché, ma magari

se troviamo qualcuno che in modo facile ci riesca a spiegare il

perché di una soluzione, magari riusciamo a capire e a avere anche

un'opinione nostra.

Questa è una cosa molto importante dal punto di vista dell'informazione perché,

soprattutto dal punto di vista settoriale, come il mio lavoro, come quello

di Filippo, ma anche il tuo, è molto settoriale ed è pieno

di termini tecnici, e spesso vedo anche nelle persone con cui parlo

che si utilizzano termini tecnici che per noi sono normali, mentre per

chi è di fronte non lo è, ma una cosa semplice che

racconto sempre tutti quanti per rendersi conto che in effetti noi tecnici

o comunque settoriali diamo per scontato tante cose, per esempio quello di

dare un progetto di un edificio in pianta, è facile che magari

chi è di fronte non riesca neanche a bene capire le dimensioni

o le distanze che ci sono, in effetti tra un divano e

la parete e il tavolo, diventa difficile capire in pianta cose che

per noi sono semplicissime.

Così tanto semplici che non viene neanche voglia di spiegarle perché diamo

così per scontato: come il parlare, come l'italiano, non ti devo spiegare

perché uso un verbo, lo uso e basta.

E quindi è giusto.

Questa l'informazione in questo modo

accompagnatoria, direi è molto molto utile e secondo me fa crescere tanto

anche l'Italia, che comunque ne ha comunque bisogno di crescere dal punto

di vista informatico.

Vedo anche nel mio ambiente che insomma, come fai tu, anch'io nel

mio piccolo, cerco di portare un po' di informazione per gli architetti

dal punto di vista informatico e mi rendo conto che spesso

si è tanto indietro, se tanto indietro per vari motivi, adesso non

c'è il caso di approfondire, ma l'informazione è giusta che ci sia

e venga portata avanti per tutti quanti che riescono anche a avere

un progresso dal loro punto di vista.

Invece, dal punto di vista del progresso, immagino che in questi anni

di podcasting avrai usato qualsiasi hardware che ti è capitato sotto mano.

Nel senso con cosa hai iniziato e dove sei arrivato?

Perché in questi anni, secondo me, hai visto anche dei pezzi di

informatica che io personalmente non ho nemmeno visti e sono sentiti nominare.

Quindi lascio la parola a te, raccontaci con cosa sei partito.

Filippo aveva trovato una fotografia dannata che te l'abbiamo fatta anche vedere

nella scaletta che ti abbiamo inviato sul PDF, dove ti si vede

con un paio di Mac mini e forse uno Leopard se Filippo

ha visto bene.

Sì, sì, sì, sì, fammi vedere quella foto.

Sì, sì, certamente, certamente.

Devo dire che io ero già full Mac quando ho iniziato a

fare Rockest Italia.

Non ti saprei dire aggiornavo sempre per cui nel 2005

ritrovate voi un po' quale fosse il sistema operativo, quello, quello

dell'anno, quello

di quell'Atalì.

Ho iniziato le prime puntate a registrare con Tractor che è un

software solo praticamente per DJ e per mixare i brani audio.

Ho iniziato a provare un po' di roba multitraccia che già conoscevo

per i miei trascorsi appunto a registrare musica.

Logica, QBase soprattutto.

Ma scoprì molto presto Ableton Live che al contrario della maggior parte

di questi sistemi digital audio workstation orientati tutti al lavoro in studio

per cui alla registrazione missaggio, al remissaggio, overdubbing, aggiunta di tracce.

Ableton Live era nato per performance dal vivo, soprattutto per performance in

discoteca, cioè campioni da mettere.

Tuttavia, si prestava molto al mio modello di registrare un podcast, cioè

di fare una cosa in una passata unica come una performance dal

vivo, con il parlato, la musica, le canzoni da trasmettere tra un

pezzo e l'altro, le sigle, i jingle, eccetera.

E di poi alla fine poterci dare una revisione generale e farlo.

Quello Ableton Live è rimasto praticamente il punto fermo del mio setup

di produzione, tant'è che lo uso ancora oggi e lo sto usando

anche in questo momento per registrare.

Attorno a quello sono cambiate tante cose.

Intanto, ai tempi, Rocast Italia lo registravo da solo ed era solo

podcast e veniva prodotto al volo poco dopo e messo online.

Digitalia fin da subito è stata una trasmissione a più voci con

la complicazione dello studio distribuito.

Immaginatevi voi nel 2009 con gli strumenti che potevano essere a disposizione

nel mercato consumer o poco più, quindi non parliamo di linee SDN

dedicate che utilizzava magari la radio tradizionale.

Noi cercavamo di collegarci tra di noi via Skype o quello che

era e io cercavo di far confluire tutti gli audio dentro questo

Ableton Live e di farlo funzionare.

Quindi siamo cresciuti prima con Skype, poi con forse abbiamo usato Google

Hangout, poi li abbiamo usati un po' di tutti i colori.

Forse quello che è cambiato di più è stato quello.

Poi ovviamente c'è stata un po' di evoluzione nella procesazione del suono.

Negli anni sono usciti sistemi di SP sempre più avanzati, plugin di

aziende sempre più magari più professionali, abbassavano i loro prezzi per essere

competitivi e arrivavano alla portata delle nostre tasche.

Ma devo dire che la maggior parte dell'impegno è sempre stato quello,

la maggiore difficoltà tecnologica, quella probabilmente di riuscire a fare da una

parte parlare le persone, le 3-4 persone che partecipano alla trasmissione, e

dall'altra, quella di far parlare tra di loro i vari programmi che

dovevano essere gestiti all'interno dello stesso computer o di un paio di

computer, per cui il soft Ebleton Live che registrava Skype o Google

Hangout.

Adesso usiamo OBS per parlare tra di noi, e poi NiceCast per

prendere tutto l'audio e trasmetterlo in diretta sulla diretta audio.

Ora utilizziamo anche OBS per registrare il video e mandarlo in diretta

su YouTube, una serie di server per fare il relay del video,

insomma, la difficoltà è sempre stata quella di far funzionare, di mettere

insieme i vari pezzi e di farli parlare in maniera continuativa e

soprattutto affidabile.

Perché

il primo comandamento che mi sono dato e che poi ho trasmesso

anche ai miei colleghi e collaboratori è quella che il podcast non

deve essere una rottura di scatole, nel senso, dobbiamo lavorare prima in

modo che funzioni tutto, in modo che poi quello su cui ci

concentriamo quando facciamo la trasmissione sono le idee che trasmettiamo, il rapporto

tra di noi, i nostri dialoghi e le notizie, e il resto

funzioni tutto più in automatico possibile.

Anche se essendo sempre un po' sulla leading edge, sulla sperimentazione, qualche

impaccio ci può essere sempre.

Tuttavia, l'idea proprio per questo è sempre stato quello di cercare di

arrivare a limitare il più possibile e avere dei setup che ci

permettessero di e quindi, non so, l'interfaccia audio, non quella con gli

effetti più strabiglianti, ma quella più solida in assoluto.

Made in Germany con i driver, quelli che sono famosi che non

li butti giù neanche se

ti metti a pacioccare direttamente con i registri di memoria, la scheda

audio che non si blocca neanche se ci rovesci la Coca-Cola sopra.

Che assolutamente anche qua ce n'è da parlare.

Hai sicuramente sotto mano, ho avuto la possibilità di sperimentare quello che

volevi essenzialmente come software, come hardware, hai fatto tutte le combinazioni possibili

e immaginabili, immagino fino ad oggi.

Attualmente, il tuo setup in questo momento cosa prevede dal punto di

vista hardware?

Io ho due computer, ho un MacBook Pro 17, 16 pollici adesso,

quello grosso.

16 pollici con l M1 dell'anno scorso, che è il computer più

bello che abbia mai avuto, perché fondamentalmente per due cose, perché è

un portatile, io vivo metà qui e metà a Genova per motivi

di lavoro.

E avere tutte le cose sul mio computer e poterle usare sia

a casa attaccato a uno schermone grosso, ma portarmi tutta la mia

roba quando sono in giro, per me è fondamentale.

E ancora più fondamentale è che io posso fare qualsiasi cosa costare

qui e non partono mai le ventole.

Le ventole per me sono drammatiche per due motivi.

Uno è perché entrano nel microfono quando registri e mi dà un

fastidio bestiale a pubblicare poi dell'audio dove quando uno parla tra una

frase e l'altra, si sente una roba del genere.

E due, perché poi sono probabilmente proprio per deformazione professionale, sono diventato

allergico al rumore e quindi anche solo lavorare a fare altre cose

sentendo dei rumori continui come quello della ventola mi disturbo praticamente.

Per cui adoro questo computer proprio per quello nel salto generazionale dai

processori Intel a quelli Apple, si sono trovati con dei chip velocissimi

che scaldano poco e delle macchine già ottimizzate invece per dei chip

che scaldavano tantissimo come erano gli ultimi Intel, per cui fondamentalmente avrebbero

potuto addirittura farli senza ventola.

Sti portatili che non sarebbero fusi lo stesso.

E questa è una magia che capisco bene che non durerà tantissimo,

perché già.

Probabilmente la prossima edizione sarà già più spremuta e quindi la ventolina

partirà

un po' di più.

Tuttavia, in questo momento sto veramente godendo.

L'altro computer è un Mac Mini, anche quello con M1, anche lui

silenziosissimo.

Ho un display da

quello dell'LG 27 pollici 5K attaccato al portatile e un vecchissimo cinema

display 20 pollici attaccato al Mac Mini, che mi fa un po'

da muletto.

Era bello, sì,

ce n'ho tre, c'è uno in casa e due in cantina, perché

erano i display che facevo comprare al papà, alla mamma, al fratello

per lo studio.

Eccetera, negli anni, la maggior parte di questi, siccome il Mac Mini

a un certo punto, il Mac Mini più cinema display era un

po' una coppiata particolarmente azzeccata.

Ma per un bel po' poi i Mac Mini non sono stati

più aggiornati o sono stati aggiornati male.

Per cui tanti di quei computer lì in studio, dal papà e

la mamma, sono diventati degli i Mac.

Quindi l'IMAC aveva già il monitor e quindi tutti i cinema display

sono rimasti orfani.

Ce li ho tutti io in cantina.

Così se se ne rompe uno, c'ho il muletto, c'ho il sostituto.

Il mio 27 è l'LG 5K che è un bel.

Inizia a avere un po' di annetti, inizia a avere un po'

di ghosting quando cambia una schermata, rimane un po' l'ombra di quella

precedente, ma niente di che, prima o poi mi deciderò a prendere

i nuovi display, non l'HDR, come si chiama quello intermedio che ha

fatto adesso la Apple studio, studio display,

comunque ci vuole Rene e mezzo, ci vuole Ren e mezzo anche

per quello, per cui finché funziona questo, sono grandi uguali più o

meno la qualità dell'immagine è uguale.

Però attenzione.

No, quello Apple è

guardato con le bidine,

però, insomma, finché

non riesco a giustificare ancora questa spesa, eccetera, il capo.

Bisogna, ma sai, mi serve per ottimizzare, ottimizzare workflow

.

Inizia quando finisco il podcast, mi lacrimano gli occhi.

Probabilmente se cambiassi display, robe del esatte.

E poi il tutto è collegato a una

interfaccia audio della RME.

RME è una ditta tedesca che fa hardware professionale e semiprofessionale, che

è famoso per essere non quello con gli ammenicoli più particolari, eccetera,

anche se sono molto sofisticate.

Ma è famoso per essere solido come una roccia.

Ecco, e questo mi leva

una marea di problemi gratta, perché la maggior parte dei problemi grattacapi

che ho avuto nella mia storia di podcaster, specialmente con la mia

filosofia di registrare tutto in una passata unica, è stata quella di

avere magari delle interfacce audio che il collegamento Fireware non era stabile,

il driver si inchiodava o robe del genere.

E non c'è niente che ti tolga l'entusiasmo e la carica del

momento: sei lì che stai facendo la tua trasmissione, magari bello concentrato,

gasato, eccetera, si ferma tutto e devi pensare, risolvere il problema, poi

tornare a fare la trasmissione.

Ma il momento magico l'hai perso, e

quindi la maggior parte delle cose, soprattutto l'anello debole, l'interfaccia audio e

i driver li ho scelti proprio da quel punto di vista.

E poi niente.

Normalissima tastiera quella nuova con il Taccio ID che è fenomenale.

Perché arrivi lì, perché metti il dito, si apre tutto.

Password, non esiste più niente.

Accendi, spegni, tutto col tocco di un dito.

E una mia particolarità che, però, sento che inizia a essere un

po' più diffusa.

Io già da un po' di anni ho abbandonato il mouse.

Uso il Magic Trap, vabbè, io tutta la vita, voglio dire tutta

la vita.

Eh, ma guarda, ma guarda, che quando lo dici a tanti geek

di non neo geek, ma geek di una certa storia, che magari

hanno usato il Magintos, il PC per mille anni e quindi si

sono abituati a usare il mouse.

Per la maggior parte la trackpad è una roba che la usi

con sacrificio quando sei sul portatile perché il mouse è scomodo.

Invece, io ho

io il Magic Mouse della Apple, l'ho sempre odiato, devo dirti la

verità.

Andava un po' da tutte le poi, io ci sono un po'

tutti i mouse questo nuovo, ma io avevo anche

adoro tutte le funzionalità che hai in più.

Riconosco che se dovessi fare lavoro di grafica, per cui molto preciso,

eccetera, col mouse riesco a arrivare al pixel molto più facilmente che

col dito.

Sulla Trackpad è molto più impreciso, ma è un tipo di lavoro

che non devo fare e tutte le funzionalità in più: Swipe, la

cartella, apri con quattro dita, passi da uno spazio all'altro, quelle robe

lì per me sono irrinunciabili.

E per configurarle con un mouse, devi avere uno di quei mouse

con 18.000 tasti, andare a configurare il driver, riconfigurarlo ogni volta che

fai la grip.

No, per cui trackpatt tutta la vita e ho abbandonato completamente il

mouse.

Penso oramai da 5 o 6 anni, forse di più, e vedi,

ho trovato un gemello di trackpack.

Ma anch'io volentieri, peccato che per lavoro non posso proprio usarlo, nel

senso che con il disegno digitale per me è praticamente impossibile utilizzare

il trackpad, anzi, francamente, si potesse passare direttamente alla pencil, agganciassero la

pensi al trackpad del MacBook, sarebbe veramente una gran bella cosa Apple

se magari faces questa gran cosa, è molto interessante il disegno digitale

con l'Apple Pensi.

Allora, sì, allora il mouse anche io lo butterei tranquillamente dalla finestra.

Tuner Carpale ce lo salutiamo.

Però aggiungo un'altra cosa: io il tunnel carpale l'ho risolto con due

strumenti.

Il primo, ho cambiato il mouse invece di usare quello normale utilizzo

quello verticale, aiuta davvero tantissimo.

E invece devo spezzare una freccia verso il Magic Mouse che a

me piace, appunto, perché collega sia la versatilità del trackpad, ma ha

un'altra particolarità che è vero, ha un'impugnatura molto strana, ma quello che

ti permette è quello di appoggiare direttamente il braccio sul tavolo.

Quindi non ce l'ho intenzione, e mi aiuta tantissimo anche sotto questo

punto di vista.

Il problema del tunnel.

Adesso parliamo con un dottore, quindi

ci manca, ci manca.

Però è vero, tante di queste tecnologie sono nate senza un vero

orientamento a quello che è un'impostazione corretta dal punto di vista anatomico

e fisiologico.

E oggi lo scopriamo, specialmente noi che passiamo tanto tempo su questi

dispositivi, abbiamo iniziato a scoprirlo magari qualche anno fa, e hanno iniziato

ad affiorare tutti i sistemi che più o meno efficacemente cercano di

ridurre questo problema.

L'utilizzo del mouse è una delle posizioni più assurde che si possa

tenere a far tenere a un polso.

E diciamo che pur amando svisceratamente Apple, ma come tutti quelli che

la amano molto, sono molto pronto a criticarla quando fa delle cose

meno che ottimali.

Ecco, diciamo che l'attenzione che ha sempre dato nei suoi dispositivi e

nel mouse si vede infinitamente di più.

È proprio quello di fare delle cose belle da fotografare e da

vendere, ma proprio l'usabilità e la comodità sono sempre state le ultime,

perché il primo era una scatoletta e va bene, cosa facciamo?

Facciamo una scatoletta che la muovi e che c'è un tasto sopra

e quello glielo puoi perdonare.

Ma da lì, in poi è stato dal mouse,

il disco da Hokke che veniva venduto con la i Mac Rober

a quello attuale.

Quello attuale bestiale, perché se tu sei abituato al mouse fin dall'inizio,

i primi mouse erano delle scatolette ai fianchi, avevano dei bordi, e

la posizione cui abbiamo imparato è stata quella di mettere le dita

da una parte e il pollice dall'altra per tenerlo bene fermo e

spostarlo.

Se lo fai con i mouse di adesso, ti tagli perché hanno

i bordi affilati, è proprio esattamente dove finisce questa copertura di vetro,

quindi dovresti usarli come a mettere una mano, come a stendere la

farina per fare il pane, ma è una posizione assolutamente naturale, e

sul polso è ancora più dannosa la posizione.

Vabbè, parentesi medicale.

Tendiamo che Apple renda la pensil funzionale anche sul sul track, sarebbe

una gran bella cosa, chissà come mai non la fanno.

È quello, certamente sì, certamente sì.

Ma a volte è difficile entrare nella testa di chi sceglie, certamente

in quegli ambienti le provano tutte, per cui sicuramente un prototipo come

vuoi tu, con la pencil, con una pencil che funziona su una

trackpad, ci hanno già provato e ce l'hanno.

Probabilmente hanno già calcolato i costi di sviluppo, hanno pensato che la

venderebbero a meno di 3 milioni di persone, hanno detto no, non

ci conviene, continuiamo a andare su questa traccia, poi sì, beh, poi

il discorso è sempre un po' quello.

Apple, poi, come azienda ha sempre cercato di fare abbastanza economia, non

economia di denaro, ma economia di modelli.

A parte gli iPad, che adesso sono esplosi, non capisci neanche più

come si chiamano, che cos'è, quando l'hai comprato, va bene.

Ma ha sempre cercato di fare: noi vendiamo un mouse.

Quando ne creiamo un altro, quello prima non lo vendiamo più, e

questo per tantissimi motivi.

Probabilmente questo tipo di prodotti, come intendi tu.

È facile che siano stati provati e messi da parte per dire

no, noi per ora facciamo il mouse e la trackpad e se

uno vuole il touch, si compra l'iPad e usa vedendo anche come

però, hanno fatto questa grandissima mossa con l'iPad 10 e la Pencil

e il metodo per connetterla all'iPad, che ci vuole del genio lì

dietro, mi posso aspettare che.

Ma si impegnano parecchio, si impegnano parecchio per queste cose.

Ma a proposito di impegno, visto che tu hai il

felice possessore di Mac M1, mentre io tra noi tre sono l'unico

sfigato che lavora ancora con Intel, mannaggia la miseria, prendesse fuoco adesso

Intel, e tutti quanti i progettisti, ingegneri, li maledico.

Ormai ogni puntata è una maledizione.

Uno, perché non mi fanno finire la puntata tendenzialmente che faccio su

due podcast perché mi finisce la batteria tendenzialmente?

Perché c'è il processore che scalda un sacchissimo.

E poi perché in effetti, visto il salto, direi definirei quasi generazionale

tra quello che eravamo abituati su Apple, tra Intel e M1, che

veramente c'è un buco, c'è un gradino di evoluzione.

Ma detto questo, quello che volevo chiederti io è se hai avuto

grossi problemi dal punto di vista software col passaggio su piattaforma Apple

Silicon, no, devo dire di no.

Io ho sempre proprio per il motivo della stabilità, della solidità, del

problema dell'audio, tendo sempre a rallentare le adozioni, gli upgrade ai nuovi

sistemi.

Oggi c'è Ventura da una settimana.

Analogamente a quello che ho fatto negli ultimi 5-6 anni, il sistema

operativo esce tra settembre e ottobre, io programmo di fare l'upgrade nelle

vacanze di Natale.

Generalmente lascio che si spegnino gli altri con le prime release e

cose, anche perché la maggior parte dei software che utilizzo, siccome non

sono software consumer che devono dire subito: Ah, siamo compatibili con Ventura,

ci pensano bene, li sperimentano, provano.

Eccetera.

Se tu fai il software che utilizza Bob Sinclair per fare gli

spettacoli dal vivo nelle discoteche, ci pensi bene prima di dirgli va

bene, fai l'upgrade avventura, poi magari gli si inchioda al terzo show

nella mega discoteca di Bizza davanti a 10.000 persone.

Insomma, è una bella perdita di magica, faccio un esempio qualsiasi.

E quindi tutti questi software che utilizzo, plugin di elaborazione del segnale,

eccetera, hanno proprio quasi un semaforo sul loro sito.

Io una volta la settimana vado a vederlo e ti dicono: no,

aspetta, no, aspetta, no, aspetta.

Quando io ho un elenco delle cose che sono fondamentali per me

per fare Digitalia.

Quando sono tutte sul verde.

Alla prima occasione in cui ho un po' di tempo e questo

di solito succede in vacanze di Natale, allora procedo con l'upgrade.

E devo dire che il passaggio da Intel a M1 è stato

prudente nello stesso modo, però, devo dire che le aziende hanno visto

tutte talmente tanta convenienza sia per se stesse sia entusiasmo da parte

dei loro clienti che sono state quasi più veloci a preparare delle

versioni aggiornate per sistema Apple Silicon più veloci di quello che fanno

quando si passa semplicemente da Monterey Aventura.

Evidentemente

erano pronti e c'era molto malcontento, anche

quello che tu hai espresso poco fa, la tua frustrazione con un

certo tipo di macchina è risentito ed era risentito già da mesi

o da anni in tante comunità professionali, e in quella dell'audio se

frequenti un po' di forum dedicati all'audio professionale, era molto molto sentita.

E quindi le aziende hanno capito subito che i primi adottare in

maniera efficace e solida la nuova piattaforma avrebbero potuto guadagnare facilmente mercato,

proprio perché c'era un mocchio di ingegnerie audio che erano stufi di

avere delle macchine che fondevano, che scaldavano, che avevano la ventola che

partiva a palla, eccetera, ed erano desiderose di dare prima possibile una.

Per cui non è stato assolutamente un cambio traumatico, anche forse per

merito di Apple, perché poi alcuni dei software, non quelli più specialistici,

perché era un po' più complicato, ma quelli magari più generalisti.

Con Rosetta funzionavano funzionavano quasi meglio, interpretati da Rosetta che sulla piattaforma

originale Intel, per cui probabilmente ancora qualche software che uso è probabile

che sia ancora, non me ne rendo neanche conto.

Bisogna andare proprio nel pannello del monitoraggio attività per capire, che questi

qui non hanno ancora aggiornato.

Però, magari non te ne accorgo.

Sì, io invece dalla mia parte devo dire che purtroppo, dal punto

di vista del software professionale, ho visto un leggero rallentamento nell'azione di

Apple Silicone in modo nativo da parte dei software per la progettazione

architettonica.

Io penso perché in larga parte il problema sia che sia molto

legacy, nel senso che i software per la progettazione sono molto vecchi,

alcuni giravano ancora sotto DOS.

Quindi, giusto per farci capire l'evoluzione che hanno avuto nel corso degli

anni.

Adesso, invece, tu, Filippo, dal tuo punto di vista, software hardware, l'adozione

di piattaforme Apple Silicon dalla parte tua, della giurisprudenza, come funziona?

È stabile o è meglio saltare ancora un attimo?

È stato quell'anno netto, secondo me, un po' complicato.

Noi abbiamo poi necessità, diciamo, minimali a livello legale, diciamo, perché alla

fine a noi basta scrivere.

Il problema attuale è il processo telematico, i processi telematici e le

firme digitali che invece, ovviamente, vivono nel mondo della programmazione italiana, cioè

facciamo un aggiornamento quando ci capita, poi su Mac di fatto viene

utilizzato.

Adesso, secondo me, c'è stato un aumento.

Recentemente ho visto proprio un significativo aumento, ma più legato al Mac

è bello, gli avvocati che utilizzano Apple, diciamo.

Tuttavia, fino a poco tempo fa, appunto, il mio sitarello Avvocati e

Mac era l'unico in Italia che parlasse di utilizzare la tecnologia Apple

per lavorare quotidianamente come avvocato, e quindi, per esempio, la mitica ruba.

Credo che per avere i driver funzionanti, ci abbiamo messo del, o

forse non funziona ancora.

Non lo so, perché poi

non ho il piacere, come si suol dire.

È da tempo che comunque hanno su Hardware R, hanno sempre un

po' di difficoltà, secondo me c'è stata maggior difficoltà tra il 32

e il 64 bit, lì, proprio c'erano i driver che dovevano essere

aggiornati, e lì ci hanno messo una via.

E lì praticamente c'era del codice vecchio, che era molto difficile.

Però, per il resto, noi dopo, alla fine, con un browser e

un word processor, tra virgolette, me la cavate, non come noi che

abbiamo bisogno di macchine della NASA, delle volte.

Invece, tu, Franco, dal punto di vista del medico, è una cosa

che ero molto curiosa di sapere.

Mi hai detto che riesci a utilizzare lo stesso il Mac anche

nella tua professione di medico.

E dal punto di vista software, come te la cavi?

Come funziona?

Considera che nella mia attività di medico, la presenza dell'informatica è abbastanza

limitata, nel senso che io lo utilizzo tantissimo per la comunicazione con

i pazienti che mi scrivono per consulti e cose del genere, ma

siamo proprio a livello di email e i più smart che vogliono

fare veloci e che si aspettano una risposta veloce Whatsapp.

Per cui non ho bisogno di niente di che, non essendo lavorando

come libero professionista, non essendo inserito né in ospedale né in'esistenza ASL,

non ho sistemi per la famosa ricetta dermaterializzata per la cartella clinica

del fascicolo sanitario o robe del genere, per cui fortunatamente non ho

mai dovuto neanche interessarmi per capire se esistono su qualsiasi piattaforma o

come girino robe del genere.

Da quel punto di vista lì sono molto fortunato.

E poi le classiche cose: se devo partecipare a congresi, scrivere delle

cose, varie slide, varie keynote.

Sono molto molto felice da tanti anni di poter aver abbandonato PowerPoint,

però capite bene che è un utilizzo molto

basico e limitato di un software.

Che, però,

è una di quelle gioie che mi ha dato il passaggio da

Windows a Mac, fare le cose bene in maniera facile senza stare

a impazzire e a litigare con un software che ha più opzioni

o cose di quello che mi interessa.

Per cui, fondamentalmente a livello medico uso quello e poi ovviamente browser

per aggiornamento, per corsi online, per i soliti

quello che potete immaginare, ma non c'è niente di non c'è niente

di alto livello di roba, tipo gestione di cartelle cliniche online in

rete o cosa.

Ecco, facciamo le fatture fatture online via browser, devo dire che anche

quello.

Aver sostituito i famosi blocchetti rossi con le fatture da scrivere a

mano con un sistema online, via web che poi accedere, lo può

fare l'infermiera, puoi fare, è quello è stato un bel, però

non credo sia neanche il caso di parlarne neanche a lungo, perché

non è che sia un utilizzo così avanzato e rivoluzionario dell'informe per

l'Italia, sì,

invece gli iPhone, ah beh, sì, per l'Italia sì.

Invece gli iPhone, oltre a dimenticarli nel mare, li utilizzi anche nella

tua vita privata, immagino.

Se non ricordo male, anche l'iPad lo utilizzi come superficie tattile.

Utilizzo l'iPad come superficie tattile per gestire tutto l'ambiente audio quando registro

digitale, quello sì.

Ho un sistema che mi sono un po' messo appunto io che

utilizza OSC, OSC è un protocollo che è un po' il discendente

del MIDI, è un MIDI un po' più evoluto, con un po'

più di opzioni che viene trasportato tramite internet, per cui viene trasmesso

sulla rete cablata o sul wifi ed è oggi supportato dalla maggior

parte dei software e degli strumenti che si utilizzano per fare musica,

per fare audio.

E fondamentalmente

ti permette di far dialogare dei sistemi diversi e delle superfici di

controllo.

Ci sono dei software che per iPad che ti permettono di costruire

delle interfacce, graficamente delle interfacce con dei bottoni, dei fader, degli encoder

rotativi che poi puoi associare ai vari comandi, MIDI o OSC.

Avendo disegnato prima con un software che si chiamava Lemur, quello che

uso adesso, si chiama Touch OSC, questa superficie, poi mi sono fatto,

per una serie di necessità custom, mi sono fatto un software io

che fa un po' da tramite tra quello che arriva dal super

city di controllo Ableton Live OBS per registrare i video, e in

questa maniera riesco fondamentalmente con una sola superficie a controllare sia l'audio

a far partire le varie tracce, le varie cose.

Sì, è un po'

il centro di comando dell'astronave qui quando registro, tu hai lasciato sotto

traccia il fatto che ho fatto il programmino.

Sì, io sono sempre avuto la mia storia con i computer, quello

da cui è disceso tutto, compreso il podcasting, compresa Digitalia, è tra

virgolette, colpa di mia mamma.

Quando io avevo 12 anni, all'estate, vacanza tra la prima e la

seconda media, il pomeriggio andavo in Barcavela, che era il mio sport,

e al mattino mi rompevo le scatole.

E allora mia mamma diceva: Per stare a casa a romperti le

scatole, studia qualcosa.

Ho visto che la British School, che era la scuola che faceva

i corsi di inglese qui a Sanremo, organizza il primo corso di

informatica per ragazzi.

Prova ad andare e mi ha iscritto a questa cosa.

Questo corso informatica era fatto da due tizi evidentemente molto avanti, che

fondamentalmente avevano messo in un'aula una dozzina di Commodore 64 e che

per insegnarti i computer ti insegnavano il basic.

E quindi la prima cosa che ho imparato a fare con il

computer è stato programmarlo.

Poi no, proprio tipica lezione da ragazzini, facciamo le cose semplici, iniziali,

eccetera, vi impegnate, fate cose, e poi gli ultimi 10 minuti, 15

minuti, vi carichiamo il pit stop 2 o Pole Position e vi

facciamo

giocare i videogiochi.

Uno era portato a tornare perché poi gli ultimi 10 minuti, cavoli

videogiochi a quei tempi erano il massimo.

Il top e i videogiochi a quei tempi andavi nella sala giochi,

il computer a casa non ce l'aveva praticamente nessuno.

E quindi andai tutta l'estate a fare sta roba e mi appassionai

ai videogiochi ma anche un po' a programmarlo.

Il Natale successivo visto che mi ero così appassionato, arrivò a sorpresa

al Commodore 64, e da lì la passione è un po' continuata.

Fate conto che la mia tesi di laurea è stato un software.

Io mi sono laureato in medicina con una tesi che consisteva in

un software che serviva a interpretare dei risultati di laboratorio molto molto

complicati, per cui si bisognava incrociare una marea di dati per studiare

la compatibilità tra donatore e ricevente del trapianto di rene e di

midollo osseo.

Per cui era una cosa che aveva un'attinenza medica e io sviluppai

questo software semplicemente guardando come facevano a mano a incrociare questi dati,

si chiamava la battaglia navale.

Ve lo racconto perché è carino: si liberava un tavolone in mezzo

a un laboratorio che era come un'isola, immaginate una cucina isola, un

tavolo di 4 metri x4 si liberava tutto e si spargeva sopra

un foglio unico che erano più fogli attaccati insieme con lo scotch.

Immaginatevi un foglio di 4 metri x4, fatto tutto a righe e

colonne, e

tutti quelli che lavoravano nel laboratorio, per cui i medici, i tecnici,

segretari, eccetera, per alcuni giorni erano impegnati a tirare righe, trovare gli

incroci e paragonare i pattern che venivano fuori rispetto a dei pattern

che avevi già e permettevano di capire quali sonde oligo-nucleotiche, cioè quali

test sul DNA davano reazione positive e quali reazione negativa, per capire

quali alleli di compatibilità aveva il donatore o il ricevente.

Per cui era una roba gigantesca.

Per studiare un paziente ci mettevi delle ore e io imparando a

farlo a mano e poi facendolo fare da un programmino abbastanza semplice.

Il programmino, per quanto scabercio che fosse, ci metteva 30 secondi.

E per me, già una roba che un computer ci mette 30

secondi, è una cosa complicata, no?

Perché però l'essere umano ci metteva.

E quando lo facemmo, il primario rimase con gli occhi così, eccetera,

dice: Ah, questa deve diventare la tua tesi di qua di là.

Ed effettivamente diventò la mia tesi, eccetera.

E quindi, appunto, il saper usare i computer, amare, saperci smanettare, ma

anche soprattutto saperli programmare, mi ha dato un qualche cosa in più

all'università.

Nell'entrare da interno

in questo dipartimento dedicato all'imologia dei trapianti nel trovare la tesi, e

poi anche per riuscire a far funzionare i computer per fare podcasting

quando ancora non erano studiati per fare podcasting, perché oggi sono degli

ambienti: diciamo: apro un sito, pago YCast, apro un account, mi dice

tutto come fare lui e mi fa tutto lui.

Io non lo faccio perché non ho mai fatto così, ho sempre

fatto tutto in casa.

Ma per far funzionare insieme tutte queste cose, devi mettere un po'

di colla, e se sai, programmarti le tue quattro cavolatine che fanno

da colla, come questa cosa che fa parlare la superficie tattile, cioè

un iPad, con i vari programmi per l'audio ti semplifica enormemente le

cose e ti permette di crearti il tuo ambiente dove sei tu.

Anche perché è un punto di vista privilegiato, diciamo, nel senso che

vedere quello che capita sotto un'interfaccia grafica per dire sapere come dialoga

il software con l'hardware, è davvero un punto di vista privilegiato che

ti permette anche di fare dei pensieri che a noi comuni mortali.

Ad esempio, io che non sono un programmatore, non ce neanche mai

pensato di programmare.

Io come te avevo iniziato, però con un Commodore 16, mi ricordo

che avevo provato a fare un cerchio e mi ricordo che all'epoca

ho detto: cacchio, per fare un cerchio ci metto una vita perché

devo dargli tutte le coordinate, dargli il raggio, ci metto di meno

a farlo a mano.

E da lì ho smesso col computer e ho ripreso l'università quindi

è passato un sacco di tempo.

Però, indubbiamente il tuo passaggio, il tuo punto di vista di programmatore

è molto interessante perché si sente anche in Digitalia.

Che questo punto di vista.

Io lo definisco privilegiato perché tanti ragionamenti non li potrei nemmeno pensare,

giustamente perché non ho le basi.

Ma un'altra cosa che ci siamo dimenticati di dirti che tu sei

un programmatore e ti sei fatto le cose anche per te, ma

le hai fatte anche per gli altri.

Diciamo, sappiamo benissimo che hai fatto una bellissima applicazione per ascoltare i

podcast, giusto per rimanere in tema.

Customatic, sì.

In realtà è nata come applicazione per ascoltare digitali, proprio come esercizio

come obvio.

Io non mi sono mai reputato un programmatore professionista perché vi ho

spiegato come ho imparato, ho sempre fatto delle cose per me o

per la mia tesi a quei tempi, quella roba di laboratorio, ma

non era una cosa che utilizzavano nel mio laboratorio, se c'era un

problema, mi chiamavano e andavo a risolvere.

Non era una roba distribuita, urbi e torbi, oppure venduta, e siccome

è un po' uno sfogo, è una di quelle cose che ti

servono a tenere il cervello a placare il cervello.

A me ha colpito da ragazzo quando leggevo Sherlock Holmes, leggere che

Sherlock Holmes si drogava di eroina, per placare la necessità del suo

cervello di spaziare, eccetera.

Ecco, per me la programmazione è un po' come l'eroina per Chernobyl

è un modo per tenere occupato il cervello con una cosa diversa

da quelle che faccio di solito, e quindi in qualche modo distrarmi,

facendo è stimolante.

Ecco, diciamo, è intellettualmente stimolante.

E quindi nei vari periodi della mia viluppato varie cose per me

stesso.

Durante la storia di Digitali, a un certo punto, ho detto: ma

perché Digitali c'erano già programmi per ascoltare i podcast generalisti, non erano

di gran livello, eccetera.

Ma con Digitali avevamo più cose: avevamo il podcast, avevamo la diretta

che tanti podcaster non avevano.

Con la diretta avevamo quindi un calendario delle future dirette, e avevamo

la community su Twitter.

Uzzavamo quando gli hashtag praticamente non esistevano ancora, non li riconosceva neanche

Twitter.

Noi avevamo l'hashtag Digitalia e tutti gli ascoltatori chiacchieravano su Twitter con

quello.

E allora ho detto: Ma mi metto a fare un'applicazione per digitale

in modo che sull'iPhone uno possa avere le puntate del podcast, il

calendario delle dirette.

Quando c'è una diretta arriva una notifica push.

Se l'ascoltatore la schiaccia, automaticamente si mette ad ascoltare la diretta.

E contemporaneamente la stessa applicazione.

Anche leggere e scrivere i messaggi su Twitter solo con l'hashtag Digitalia

e creai quella.

Che ebbe anche un discreto successo tra gli ascoltatori, ma soprattutto un

successo per me in termini di soddisfazione.

Qualche anno do, piano piano, andò un po' in disuso perché per

tanti motivi, perché le applicazioni specializzate per il podcast divennero migliori, più

efficaci, diventava difficile starci dietro a giustificare un certo tipo di impegno

per un'applicazione dedicata solo a Digitalia, per cui rimase non dico abbandonata

ma non molto aggiornata.

Poi a un certo punto mi venne in mente di fare non

contentissimo, contento per le varie app di podcast che c'erano, ma non

ce n'avevo una, mi piaceva questa per una funzione, questa per l'altra,

questa per l'altro, ho detto: Vabbè, io ho già un po' di

codice, un po' di esperienza che mi ero fatto per fare l'applicazione

per un podcast.

Cosa vuoi che sia?

Fare un'applicazione aperta a qualsiasi podcast e iniziare a fare Castamatic con

l'idea di fare un'applicazione per me di nuovo, il mio lettore di

podcast ideale.

Poi, siccome Apple lo rendeva veramente molto semplice una volta che hai

fatto un'applicazione per te, renderla disponibile per tutto l'universo, la pubblicai sullo

store

ed ebbe un discreto successo.

Dietro al successo di pubblico di utenza, arrivano le richieste, i suggerimenti,

ma perché non hai pensato di fare così, di fare così?

E quindi, fondamentalmente, adesso saranno 5 anni-6 anni che ci lavoro ed

è diventata una roba abbastanza come codice anche pesante.

Pesante, nel senso, pesante da lavorarci, in realtà girare sui telefoni gira

anche particolarmente bene e leggera, ed è diventato quasi un ulteriore lavoro,

perché poi di lì hanno iniziato ad arrivare un po' di introiti

che all'inizio dici vabbè, solo la soddisfazione.

Come a Digitali all'inizio dici, solo la soddisfazione.

Poi, dopo un po' che ci lavori alla fine dell'anno,

vai dal commercialista e ti dice: Sì, guarda, il tuo reddito è

questo, considera che oramai digitali e customatic sono che ne so, il

15% del tuo reddito annuale o 10%.

E quindi è una posizione che ti dice: Sì, da solo non

è un lavoro che ci vivi, però a un certo punto dire

lo cancello e rinuncio di colpo al 10% del mio reddito annuale.

Ci pensi un attimo, il 10% io magari ci faccio le vacanze

a Natale.

Capisci la roba del genere?

E quindi io mi sono ritrovato a questo punto che faccio tre

lavori tra Digital, il medico e Castic.

Sì, infatti, la domanda ulteriore è: ma come faccio?

Ma diciamo che sono abbastanza privilegiato, perché lavorando come libero professionista ho

i miei tempi, mi decido i miei tempi nel mio studio medico,

non lavoro 5-6 giorni alla settimana costantemente visitando persone.

Tanto tempo me lo sono sempre tenuto un po' per il mio

aggiornamento e anche per i miei hobby, eccetera.

E quindi, fondamentalmente, il lunedì è interamente dedicato a Digitalia.

Durante la giornata preparo la puntata, mi studio le notizie, metto cose.

Alla sera registriamo e alla notte fino a mezzanotte preparo il pubblico,

dopodiché me lo dimentico, perché io ho un giorno la settimana che

ho dedicato solo a quello, ma fondamentalmente tutto l'anno senza quasi pause,

ferine né niente.

Cast negli altri bochi, negli altri spazi di tempo, con periodi di

accelerazione e di rallentamento, a seconda di quelli che possono essere tutti

gli altri impegni extra-lavorativi.

Diciamo che ho fortunato, da un certo punto di vista, forse anche

un po' disciplinato, ma per me mettere della disciplina nelle cose che

mi stimolano e mi divertono non ha sempre, non lo vedo come

una disciplina.

Visto da fuori si può chiamare quella autodisciplina.

Per me, la disciplina era stare seduto a scuola e ascoltare il

prof di filosofia che leggeva il libro e la sua lezione era

leggera.

Per me, quella era disciplina.

La noi è mortale dover stare zitti e non fare altro.

Mettermi a programmare o cercare un bug su Castamatic, di fatto per

me non è disciplina, è lo svago, è avere mezz'ora di tempo

a cui non penso al lavoro, alle tasse, al problema.

Ai bambini con raffreddore o cose del genere.

Ti capisco?

Capiamo molto bene.

Ma un'altra cosa che ti volevo chiedere è che Castamatic, però, se

non ricordo male, supporta il podcast 2.0.

Sì, diciamo che ci vuoi raccontare un po'?

Il podcast 2.0 è una bellissima cosa ed è un recuperare un

po' la filosofia con cui è nato il podcast.

Il podcasting è nato come una cosa dal basso, una tecnologia che

molto open che permetteva a chiunque di fare, creare, comunicare a livello

globale.

Ha funzionato molto bene, non c'è mai stata un'esplosione enorme, ma è

sempre cresciuto sotto traccia, tant'è che è stato come dire non dico

ignorato, ma sottovalutato in tantissimi ambienti.

Fondamentalmente, il podcasting è cresciuto del 5%, del 6%, del 8% all'anno

per 15 anni, per 20 anni.

E in un mondo come quello della tecnologia, dove gli investimenti si

aspettano o un fallimento o un'esplosione di 10 milioni per cento in

tre mesi, come può aver avuto Google, Facebook, Twitter, eccetera, podcasting aveva

molto poco allur.

Però questo crescere come la Formichina 8%, 8%, 8% con delle accelerazioni

quando magari c'erano dei momenti di crescita, come è stata l'esplosione di

Serial, Joe Rogan, cose che hanno impresso una veleno in Italia un'accelerazione

grossa.

E a un certo punto il podcast è diventato di colpo un

qualcosa che ha fatto gola ai grossi e i grossi ci si

sono buttati, penso a Spotify, penso a Apple, che l'ha sempre avuto

in mano, ma l'ha sempre gestito come un qualcosa in maniera molto

benevola rispetto all'ambiente aperto.

Hanno iniziato a pensare di cercare di far funzionare economicamente, di sfruttare

economicamente il podcasting, cercando di farlo rientrare nei modelli che conoscevano già.

E i modelli che conoscevano già erano quelli di successo, ma molto

chiusi, penso, la cosa che mi viene in mente più facile è

YouTube.

Il ragionamento di Spotify è: Io ho un mucchio di clienti che

ascoltano la musica, mi pagano un tot.

Ma non ci sto dentro con quello che io devo pagare agli

artisti e non sono mai riuscito ad arrivare al break even a

pagarmi abbastanza ad avere un ritorno economico.

Ebbè, dove posso trovare dell'audio che mi costa poco o niente e

che posso dare ai miei ascoltatori.

È il podcasting è il candidato ideale.

Però, per fare in modo poi che i porti acqua al mio

mulino, le trasmissioni che pubblico io devono essere a disposizione solo dei

miei ascoltatori, dei miei clienti.

Per cui le esclusive.

Gio Rogan lo pago 18 milioni e viene a lavorare per me,

ma ad ora in avanti, lui mi porta tutti i suoi ascoltatori.

Ma se vogliono ascoltare Jo Rogan devono usare l'app di Spotify.

E questo ha un po' snaturato.

Chi ha vissuto il podcasting fin dall'inizio ha visto un rischio, un

pericolo, i pericoli sono enormi.

Stare a approfondirli.

Tutti dovremmo fare 18 puntate qui e non stiamo, però, potete immaginare.

Interessi diversi.

Il podcasting libero vuol dire io dico quello che voglio, poi saranno

i miei ascoltatori a giudicarmi.

Podcasting chiuso le esclusive che dipende da Spotify vuol dire che a

Spotify deve piacere quello che faccio.

Per piacere a Spotify deve piacere a chi gli dai soldi, cioè

i suoi advertiser.

E quindi se quello che dico dà fastidio alla Coca-Cola, è facile

che smettano di farmelo dire.

Guardate che casino è successo durante la pandemia con Joe Rogan, che

può aver detto delle corbellerie o aver avuto degli ospiti che dicevano

le corbellerie, ma alla fine dei conti il casino è successo perché

a qualcuno, a qualche sponsor e cosa, non piaceva essere associato con

determinate idee.

E va bene.

Podcasting 2.0 è cercare di ammodernare l'infrastruttura, la tecnologia open del podcast

con dei meccanismi che lo mantengano open come all'inizio, ma che lo

rendano concorrenziale o addirittura preferibile rispetto a quello che possono

offrire gli ambienti di esclusiva.

Quindi, prima di tutto, possibilità più semplice di guadagnare facendo podcasting, possibilità

di fare networking, possibilità di dare funzioni aggiuntive, i capitoli, i live,

le notifiche, cose del genere, e soprattutto tutelato attorno al podcast Index

che è questa directory aperta di tutti i podchi.

All'inizio del podcasting, Adam Cary, la sua azienda, eccetera, avevano iniziato a

raccogliere tutti i podcast che nascevano in un database, un semplicissimo database.

Quando Apple decise di mettere dentro i pod i podcast, chiamarono Adam

Carry e diceva Abbiamo pensato di mettere questo, vieni anche tu sul

palco durante il keynote, cosa ci puoi dare?

E lui gli ha dato l'elenco: tienilo, usalo, mettetelo dentro iTunes.

E lì è nato l'elenco, la Directory per 15 anni.

L'unica Directory, fondamentalmente, che aveva un senso, che gestiva Apple, ma che

era apertissima.

Chiunque poteva mettere il suo podcast lì dentro.

E qualunque sviluppatore poteva inserire nella sua app delle chiamate al database

di Apple per permettere ai suoi clienti di cercare qualsiasi pod.

Qua funzionato finché Apple faceva dittatore benevolo nel momento in cui Spotify

ha iniziato a fare le esclusive, Apple ha detto inizio a fare

io le esclusive.

I primi casini, l'ultra destra, come si chiamava quel programma dell'ultra destra

americana oltre trampiano e cose che ha iniziato.

Apple ha detto: no, noi non abbiamo mai bannato me nessuno, ma

questo dobbiamo banarlo.

Ci stava anche, per carità, è andato a dire che i ragazzini

che erano morti nella sparatoria scuola erano tutti degli attori, eccetera.

Cioè, delle robe anche abbastanza pesanti, ci mancherebbero.

Però tu cancelli quello e inizia a essere una china.

Allora puoi cancellare.

Allora chiunque può chiederti quel contenuto lì mi dà fastidio, cancellalo.

E allora si è ripreso quel database originario,

si è arricchito, si continua ad arricchire oggi contiene decine di milioni

di podcast.

È diventato il podcast Index che è un database a disposizione di

qualsiasi sviluppatore.

Chiunque può attaccarsi alle API del podcast index, ma non solo.

Chiunque può scaricarlo, c'è un file torrent sul sito che viene continuamente

aggiornato una volta alla settimana.

Chiunque può scaricare quel file torrent e scaricarsi sul suo computer il

database completo di tutti i podcast sul podcast ed è un modo

come dire, la cosa più importante per tenere libero aperto il mondo

del podcasting è fare in modo che ci sia un modo per

trovare podcast e per fare conoscere il proprio podcast.

E quindi il podcast index è nato come quello.

Questo vi promettiamo, sarà sempre libero, non a scopo di lucro, non

ha pagamenti.

Facciano quello che vogliono le aziende con le loro directory private, eccetera,

noi ci saremo per fare da bado.

E attorno a questo è nato poi tutto il resto che vi

dicevo, possibilità di guadagnare estensioni del formato, del feed RSS, eccetera, eccetera.

E dentro Custamatic mi è sembrato doveroso cercare di dare una mano

e agganciarlo di nuove istanze e di nuovi sviluppi.

È molto interessante, soprattutto il discorso che è stato introdotto, quello del

value for value, che è molto interessante perché è agganciato al discorso

blockchain.

Ovviamente, non essendo un tecnico, non entro neanche nel merito.

Ma essenzialmente, se ho capito bene, la cosa interessante è che chi

sta ascoltando in quel momento qualcosa che gli piace, ha la possibilità

di chiamiamolo così, correggimi se sbaglio, ovviamente: di minare

delle piccole porzioni di Satoshi, se non ricordo male, che vengono poi

caricate sul portafoglio

dell'autore del posto.

Minare non è proprio corretto, perché minare è un termine che viene

utilizzato per chi conia, per chi crea per chi usa il suo

computer per fare dei calcoli e spendere energia elettrica per permettere agli

altri di fare transazioni e quindi viene ricompensato con dei nuovi bitcoin

o criptovalute di qualsiasi.

Questo è un sistema di trasferimento di pagamento fondamentalmente.

Cioè, tu hai un borsellino con delle criptovalute che si chiamano Satoshi,

che sono una frazione del Bitcoin molto piccola, e puoi impostare il

tuo software sia per fare dei pagamenti boost, li chiamiamo, dei pagamenti

istantanei.

Dici, hai detto una cosa interessante sul tuo podcast.

Io ho già il borsellino caricato.

Tu nel tuo podcast hai già configurato tutto.

A me basta schiacciare un tasto e dire 10.000 Satoshi che oggi

sono 50 centesimi di euro, boom e ti arrivano e vengono mandati

in automatico.

Oppure puoi fare lo streaming, lo streaming dei Satoshi, che cosa vuol

dire?

Vuol dire immaginati il telepass il telepass del podcast, cioè io imposto

una cifra che possa andare bene per tutti i podcast che ascolto

e che lo supportano, oppure posso sceglierne una diversa a seconda dei

vari podcast che ascolto, e dire: Per me A2 Podcast, vale

un euro all'ora di ascolto.

E allora automaticamente, se il borsellino è attivo ed è carico su

Castomatico su una di queste applicazioni, quando io ascolto, e solo quando

ascolto, e solo per il tempo per cui ascolto A2 Podcast,

l'applicazione trasferisce ogni 30 secondi una frazione per arrivare a totalizzare 50

centesimi oppure un euro all'ora.

Questo è molto semplice da configurare l'ato utente una volta che hai

l'applicazione.

Direi che la cosa più difficile, alla fine dei conti, oggi è

comprare le criptovalute e caricarle l'identi.

Infatti, il problema è avere i stato oggi oggi non è più

neanche così difficile, si paga magari qualche fia, eccetera, però devi sapere

quali applicazioni.

Però, già rispetto a un anno fa, oggi è rosa e fiori.

È roba proprio.

Vi assicuro che fare podcasting e ascoltare podcast 17 anni fa era

più difficile.

Era più complicato.

Ascoltare podcast in automobile, per uno abituato ad ascoltare la radio sull'autoradio,

ascoltare i podcast che dovevi scaricarli sul computer, trasferirli sull'iPod, collegarli all'iPod

all'autoradio che magari non aveva l'ingresso di linea, eccetera, era più complicato

oggi che fare quello che stiamo facendo.

L'idea è quella di farlo diventare via via più semplice e più

automatico nei prossimi anni, sempre con i ritmi del podcasting fatto bene,

con calma, eccetera.

E quindi l'idea è quella: se io ti ascolto, ti pago, se

non ti ascolto non ti pago.

Se fai una puntata noiosa che ascolto solo per metà, ti pago

la metà.

È tutto in automatico senza che io debba ogni volta decidere quanto

pagarti, eccetera.

È bello, funziona dal punto di vista tecnologico, anche dal punto di

vista umano.

Poi tu hai citato: Value for value è un po' il nome

della tecnologia, ma è anche il nome del

filosofia.

Perché per farlo funzionare non ci vuole solo la tecnologia, ma ci

vuole anche la comunicazione con i propri ascoltatori.

Su Digitali lo facciamo da qualche anno con sistemi legacy, Paypal, Satispay

, Bitcoin tradizionale, eccetera.

E ultimamente col podcasting 2.

0 e diventa proprio un far capire, un abbracciare lo stesso tipo di

filosofia per chi produce e per chi ascolta il podcast.

Value for value vuol dire noi mettiamo della fatica per produrre qualcosa

che abbia un valore.

Poi questo valore ha un filtro, che è il valore che gli

dà l'ascoltatore.

Se tu ascoltatore, mi ascolti una volta per assaggiare, è anche giusto

che assaggi gratis come la trial gratuita del soft.

Se tu tutti i martedì mattina non vedi l'ora di entrare in

metropolitana e di passare quella mezz'ora, quella ora ad ascoltare Digitalia e

lo fai tutte le settimane.

Ebbè vuol dire che Digitalia ha un valore per te.

Io produco qualcosa che per te ha un valore, trasformalo tu quel

valore in un numero e restituiscelo in modo che io continui a

fare Digitalia per i prossimi mesi e per i prossimi anni, value

for value.

E queste tecnologie servono a renderlo fondamentalmente frictionless, facile da fare sia

per chi produce sia per chi usufruisce.

Siamo agli albori, ma inizia a funzionicchiare bene.

Speriamo che ci permetta, in qualche modo di far crescere ancora di

più il podcasting e di resistere a questo assalto da parte

dei grandi colossi della Silicon Valley che rischiano in qualche modo di

magari di rendere anche ancora più grande il podcasting, ma di farlo

diventare un qualcosa che non è stato fino ad oggi.

Franco, ti volevo chiedere una cosa, in America.

Io ascolto podcast prevalentemente in lingua inglese, lo dichiaro, perché, e ho

visto che adesso vabbè, soprattutto, io ascolto

Jupiter Broadcast, quelli che parlano prevalentemente di Linux, diciamo, sono e loro

lì ci credono veramente tanto.

Hanno messo su anche tutta un'infrastruttura dietro abbastanza interessante.

Perché i boost, diciamo, vengono letti non in diretta perché non riescono.

Però diciamo, è un modo anche di comunicare con

gli ascoltatori, chiamiamoli così.

In Italia oggettivamente, il bitcoin è qualcosa di un po' particolare.

Satoshi è una sottocategoria dei bitcoin e richiede comunque un minimo di

come definirlo.

Se non fai la speculazione, chiamiamola così: io vado a investire in

Bitcoin perché voglio guadagnarci il 100 o il 200%, ma voglio utilizzare

come valuta corrente, perché poi c'è anche tutto un discorso di convertire

tassazioni in Italia, ma lasciamolo stare, è meglio non entrare nell'argomento.

Qui da noi, però, c'è qualcuno?

Perché è ovvio che sul fronte tecnologico, per esempio, non so, vari

colleghi nel mondo tecnologico dell'avvocatura, chiamiamolo così, sono interessati ai Bitcoin.

Non so, anch'io mi sono appassionato.

Ero interessato a creare un nodo Lightning quello dove puoi passare.

Tuttavia, effettivamente

richiede una certa competenza su vari fronti.

Quindi la mia domanda è appunto.

Tu dici che l'Italia è ancora lontana.

In America sono abitualmente dieci anni avanti.

Su queste tecnologie, voglio dire.

Qui forse è nel podcasting in generale, è un po' meno, però

è un'onda lunga.

Loro sono favoriti un po'

dall'avere la Silicon Valley in casa e la maggior parte di queste

innovazioni in casa, sono anche dal punto di vista di produzione media

e podcasting, e tutto quello che ci mettiamo dentro, avvantaggiati in termini

numerici.

Nel senso che io l'ho sempre visto un po', io ho sempre

dialogato molto con i miei colleghi americani fin dall'inizio della storia del

podcasting e ci siamo sempre confrontati.

Fare un podcast di successo in Italia o un podcast di successo

in America, cioè un podcast nelle prime cinque posizioni, nelle varie classifiche,

eccetera, è una cosa molto diversa.

Se vai su Wikipedia e fai due conti, se conti le persone

che sono in grado di ascoltare un podcast in inglese e quelli

che sono in grado di ascoltare un podcast in italiano nel mondo,

c'è un rapporto tra 1 a 60 e 1 a 100, che

vuol dire che se io inizio a fare value for value percentuale

che più o meno può essere la stessa.

Dei miei ascoltatori, mi viene dietro e contribuisce, capisce il sistema, e

alla fine della puntata a me sono arrivati, non so, 3 euro

a un podcast del mio livello negli Stati Uniti gli ne sono

arrivati 300.

E capisci che l'incentivo è un po' diverso.

E il meccanismo è anche avere in mezzo a questi 30 o

10 centesimi o 30 centesimi mi sono arrivati, anche i messaggi allegati.

Bustagram sono ben pochi, ma quello che ne ha ricevuti 300 di

Bustagram ce ne saranno tanti, e potrà anche scegliere quelli più interessanti

e più divertenti da leggere in puntata e da fare.

Per cui per loro il volano è più facile, è più veloce

da far partire per noi è più lento.

Come utilizzo la tecnologia in Italia.

Io al momento conosco i ragazzi di Bitcoin Italia podcast, noi su

Digitalia

loro, un motivo c'è perché lo fanno.

Eh certo, per loro parlano di quello.

E i nostri colleghi amici di Easy Apple.

So che Giulio Gaudiano, che è l'organizzatore del Festival italiano del podcasting,

eccetera, è molto interessato a queste tematiche, c'è molto vicino.

Non saprei dirlo nei vari show a cui lui partecipa se hanno

già implementato attivamente.

Però ne abbiamo mai spesso parlato, ci invita sempre in trasmissione o

al suo festival a parlare di queste cose.

Per cui nel mondo del podcasting open, anche se non c'è stata

ancora tantissima adozione, c'è molto interesse e molta apertura su questi temi.

Vedremo: noi ci proviamo e lavoriamo.

Se tra dieci anni siamo ancora qui, sicuramente sarà diventato più grande,

se no, avremo scelto qualcos'altro, l'avremmo fatto.

Non bisogna però spaventarsi perché nella complessità in realtà oggi si sta

semplificando tutto.

Ci sono dei ragazzi tedeschi.

Se cercate Albi con la Y, credo che il sito sia getalbi.com,

loro stanno implementando tutti dei sistemi via web per far diventare facilissimo

gestire i Satoshi senza fare un nodo Lightning, come dicevi tu, eccetera.

Ma semplicemente come aprire un account su che ne so, Skype o

su Telegram esattamente la stessa maniera, con delle app e dei sistemi

per trasformare gli euro in bitcoin e poi Bitcoin in Satoshi e

poi per metterli nelle varie app per fare podcasting 2.0.

C'è ancora un po' di passaggi da fare rispetto a un anno

fa, con questi strumenti qui è già tutt'altra cosa.

Ci aspettiamo che se c'è un ritorno economico, sempre più aziende, dite,

gruppi, gruppi di open source si applicano a rendere ancora più semplice,

più lineare questo tipo di esperienza.

Devo dire che il concetto mi è piaciuto subito.

L'ho implementato anche sul mio podcast e pare funzionare.

Nel senso, non ho ancora ricevuto niente, ma il meccanismo è abbastanza

semplice nell'implementazione.

Ci vuole ovviamente una mezz'oretta, un'oretta per mettere su tutto in piedi

e capire cosa si deve fare, ma è relativamente semplice, come dicevi

tu, Franco, giustamente perché adesso le tecnologie e il metodo e le

conoscenze è molto diverso rispetto a qualche anno fa.

Il parallelismo con il podcasting di dieci anni fa che magari dovevi

inserire una videocassetta per riuscire a sentire la voce di qualcuno, in

effetti è vero, questo sarà sempre meglio e sarà sempre più facile

da utilizzare.

Questa tecnologia che continuo a dire è molto democratica e spero che

venga adottata in generale non solo qua in Italia, ma in tutto

il resto del mondo, perché a me piace molto come idea.

Ma io direi che siamo andati verso la fine della puntata, però

volevo farti ancora un paio di domande velocissime.

Abbiamo tralasciato un aspetto che non tutti sanno, ma chi segue Digitalia

immagino che abbia un'idea del fatto che tu gareggi anche in vela

e volevo chiederti, qual è la tecnologia che utilizzi in queste diciamo,

regate.

C'è qualcosa di particolare che utilizzate, o perché anche lì è uno

sport che da me è visto da fuori, io vedo una barca

con qualcuno sopra degli skipper, e non riesco a capire molto di

quello che capita su una barca, che livello di tecnologia ci sia.

Dipende molto dal tipo di barche.

Ci sono delle barche oggi dove è quasi solo tecnologia.

In tutte le barche c'è uno sviluppo e quello ovviamente oggi è

ultra tecnologico, cade sistemi di simulazione.

Si ha degli scafi, sia delle vele e lì ce n'è veramente

una quantità plotter automatizzati che stampano le vele.

Oggi le vele non sono più dei pezzi di tessuto cuciti, ma

la maggior parte delle vele sono dei pezzi di plastica stampati e

poi dove una penna come un plotter ci traccia dei fili di

Kevlar o di carbonio per renderle più rigide lungo le linee di

forza, che anche quello viene tutto calcolato, progettato e poi steso dal

computer, per cui roba iper ultra tecnologica.

Ma sulla barca, materialmente la tecnologia entra a tantissimi livelli, dalle barche

di Coppa America che vengono praticamente manovrate e gestite con dei joystick

e dove il navigatore magari ha il visore agli occhiali con i

dati e il monitor in tempo reale sul visore, che è il

massimo la tecnologia, a barche magari un po' più semplici, ma non

troppo.

Dove comunque c'è centralina del vento che ti dà i vari parametri

del vento, della corrente, della direzione della barca e tanti parametri trattici

che viene gestito da un computer on board, e a volte se

è una barca con un certo numero di persone di equipaggio, c'è

un navigatore che è dedicato solo a gestire, ha un tablet in

mano e gestisce tutti questi parametri e li comunica con chi prende

le decisioni a bordo.

Barche ancora un po' più semplici come quella dove vado io adesso,

dove la tecnologia a bordo è avere un GPS e una bussola.

Il GPS ti permette di aiuta tantissimo durante la partenza.

La partenza è tra due punti in mare che sono generalmente segnati

da due barche o da due boe, e un tempo, un cronometro.

Quando finisce questo conta la rovescia, tu puoi attraversare questa linea.

Ovviamente hai un grande vantaggio ad attraversarla.

Non prima perché vieni squalificato, ma più vicino possibile allo scadere dalla

parte che conviene rispetto alla direzione del vento.

E qui entra tutta della geometria e dei calcoli si chiamano time

on distance che ti permettono di arrivare con la velocità giusta nel

momento giusto, e questi strumentini ormai sono fatti anche questi come un

tablet, dedicati solo a questo.

Il tipo di barche dove ho regato io, la maggior parte della

tecnologia durante la navigazione è data da questi strumenti, che poi durante

la regata registrano GPS, la traccia, come fosse un qualsiasi tracker per

andare in montagna, e hanno poi dei software di analisi su PC

o su Mac che puoi utilizzare una volta che arrivi a terra

per analizzare tutte le performance della barca nelle varie situazioni.

E poi ovviamente fino alle banalità, dal tenere conto dei risultati, delle

performance, di quanto vengono utilizzate le varie vele prima di essere sfondate,

quindi non essere più utilizzabili, alle regolazioni varie.

Una barca a vela è come un violino: c'è un mucchio di

regolazioni.

E a seconda del vento, della quantità di onda, anche della stagione

dell'anno, eccetera, del peso di equipaggio va regolata continuamente in una maniera

diversa per avere una performance ottimale.

Tutte queste regolazioni, ovviamente, avere una traccia, che sia un foglio di

testo di work processor o qualcosa di un po' più strutturato, diventa

fondamentale nel gestire questa mole di dati nel tenerne traccia di poterci

risalire in un secondo tempo come eravamo regolati quella volta che caniavamo

così forte quella regata in Toscana che c'erano più o meno queste

condizioni.

E quindi lì capite bene che rispetto a vent'anni fa, quando si

faceva tutto a carta e penna, oggi anche col banale software integrato

in un normale smartphone, in un tablet, è tutta un'altra vita.

Ecco, per cui la tecnologia, anche in una roba che sembra in

mare, in mezzo al vento, ai gabbiani, eccetera, in realtà la tecnologia

entra veramente a tutti i livelli.

Sì, anche perché mentre parlavi, stavo ragionando su una questione che stavo

facendo un parallelismo sul mio lavoro che si parla di digital twin.

Essenzialmente, per chi non lo conoscesse, diciamo che la teoria per la

quale se io ho un immobile, ho un modello digitale che uno

a uno dell'immobile realizzato sul posto, e il mio modello digitale è

collegato a questo edificio tramite l'IoT e Internet of Things, e Internet

ovviamente.

Oltre a ricevere dei dati, permette anche di fare delle modifiche e

farlo reagire meglio alla situazione che sta vivendo in quel momento.

Mi chiedevo se c'era anche una situazione del genere all'interno delle barche

dove una parte della sensoristica permette di, da parte di qualcuno che

è invece su terra, di far regolare e far reagire alla barca

nel modo migliore, anche quasi automaticamente volendo, allora, sì e no, nel

senso che il regolamento di regata quello che vale quasi per varie

modifiche, ma per quasi ogni tipo di barca, dalle barchette e gli

opt-ins per i bambini fino alle barche ultratecologie della Copa America prevede

che l'equipaggio sia in qualche modo isolato, che durante la regata, debba

fare tutto di suo, non può comunicare con un team esterno da

quando inizia la regata a quando finisce.

Ovviamente, prima dell'inizio la regata, meteorologi, previsioni, tattici, robe del genere, di

tutte e di più.

Però in realtà si sviluppa molto di quello che c'è a bordo.

Se guardiamo di nuovo la Coppa America, che è un po' la

Formula 1 della regata, oggi, specialmente con queste barche che navigano volando

su questi foil che quindi vengono regolati continuamente, eccetera, ci sono tutti

questi sistemi a reti neurali e intelligenza artificiale che aiutano l'equipaggio a

regolare, a cambiare di fatto completamente la geometria delle ali, dello scafo

e anche di queste vele particolari per adattarsi alle varie andature, alle

varie situazioni, alle varie condizioni.

Quindi quello sì.

Però dall'esterno durante la regata no, ma durante l'allenamento e lo sviluppo,

sì, e tantissimo, e tantissimo, anzi, anche su barche molto semplici, mio

amico Zauli che fa il velaio a livello delle sue vele, hanno

vinto anche le Olimpiadi un paio d'anni fa.

Loro quando escono, escono anche con barche molto semplici, ma con dei

sensori e dei computer a bordo anche sulle barche più piccole, e

poi fanno una quantità di analisi sia in tempo reale sia poi

a terra per lo sviluppo delle vele, per migliorare le vele, che

è una roba impressionante rispetto anche a quello che si faceva dieci

anni fa, è come di colpo essere passati dal cavallo allo Space

Shuttle.

L'effetto è proprio quello, immaginavo.

È molto interessante.

Grazie per averci raccontato anche questo aspetto della vela che non tutti

magari possono vedere da fuori.

Invece, l'ultimissima domanda, e poi ti lascio andare a dormire, perché abbiamo

fatto una certa, come si dice.

Invece, questa è un po' personale, ma secondo me è interessante.

Se ci volevi raccontare un tuo hobby di cui non abbiamo parlato

in questa puntata, perché abbiamo parlato bene o male di tutto, ma

immagino che tu avrai un hobby che esce fuori da questi argomenti.

Un altro hobby?

In realtà io faccio un mucchio di cose.

Possiamo metterci lo snowboarding, ci possiamo mettere il wing foil.

Non so se avevi in mente qualcos'altro di cui mi hai sentito

parlare:

il wing foil è una roba che è probabile!

Vedrete presto in televisione alle Olimpiadi.

Se lo cercate su YouTube lo vedete già.

Il wing foil è una derivazione, è una specie di incidente stradale

tra un wind surf, una barca sui foil e un kite e

un kite surf.

Cioè, fondamentalmente è una tavola da surf da windsurf molto piccola.

Con sotto un foil per cui un'ala che sta in acqua come

quella di un

come si chiama

di un idrovolante, di un ali scafo.

Scusate, per cui con la velocità, la portanza e la tavola, quindi

è come se volasse.

Su queste ali, come le barche di Copameri.

L'equipaggio è una persona singola che sta in piedi sulla tavola e

ha una vela che è una via di mezzo tra quella da

Windsurf e un kite, cioè non è collegato alla tavola, ce l'ha

completamente in mano come fosse l'aquilone, ma non è come fosse il

paracaduta del kite, ma è fatta come fossero due ali di un

gabbiano.

È una struttura un po' particolare, molto leggera e tenuta unicamente in

mano.

È molto bello, è molto spettacolare ed è anche molto semplice in

termini di materiale rispetto alla complessità del windsurf o del kite, per

cui è una nuova disciplina.

Se lo cercate su YouTube, vedete dei ragazzetti che fanno delle cose

sconvolgenti, ma anche semplicemente andare dritti e volare e fare delle semplici

manovre, è una cosa molto molto entusiasmante, molto bella.

È uno sport acquatico.

Io sono innamorato di tutti gli sport acquatici.

È una cosa nuova ma che avrà una grossa esplosione, cercate Wingfoil

quindi vela ala e foil wing foil su YouTube e ne trovate

veramente trovate sia i tutorial per chi comincia, eccetera, ma se vedete

i video di quelli che fanno i saltoni, le cose, eccetera, vedete

delle robe abbastanza impressionanti.

Buon la sapevo, questa non la sapevo.

Con le Paul Watch con cui traccio però un po' di tecnologia

c'è anche lì tutte le mie uscite, tutte le performance.

C'è lo sport adatto.

Ci sono già le app apposta.

Ci sono app generalmente per i sport acquatici in generale, ci sono

delle app che poi hanno la sezione adatta.

Dici, faccio win surf, faccio winfoil, faccio kite o faccio vela e

c'hanno il tracking, le calorie che poi ti finiscono nell'applicazione salute.

Tutti i log, tutte le varie cose, la velocità di punta, la

velocità media, quante volte sei caduto, la traccia che hai fatto sull'acqua,

su maps, robe del genere,

veramente.

Grazie anche per questa chicca che ce l'andremo a vedere tutti quanti

su YouTube e non vedo l'ora di vederlo.

Io direi che Filippo, se non hai altre domande, andrei verso la

conclusione.

Salutiamo perché giustamente siamo arrivati a un orario.

È sempre così: quando ci si diverte, si arriva sempre lunghi.

È la grande.

Mi dispiace, Franco, mi spiace che ti abbiuto qua.

Ma per noi è stato veramente un successo.

Perché il giorno prima

oggi certamente.

Oramai ci ha fatto l'abitudine, ma è proprio vero quando ci si

diverte, poi si fa le ore piccole senza accorgersene.

Si soffre magari la mattina dopo quando suona la Sbetch

sui gomiti a uscire dal letto.

Vabbè, pazienza perché domani è giorno di scuola, quindi bisogna portare qui

a scuola e tutto il resto, esatto, quindi niente, direi che per

questa puntata è tutto.

Io ringrazio anche Filippo e tutti quanti gli ascoltatori.

Ringraziamo di cuore il nostro Franco Solerio, che ci ha tenuto compagnia

e ci ha raccontato veramente di tutto e di più, sempre con

il suo carisma e capacità di raccontare le cose.

Veramente, grazie per essere venuto qui in puntata con me.

Grazie Roberto, grazie Filippo, davvero, grazie a voi, è stato veramente piacevole,

è un onore.

Siamo noi onorati.

Poter raccontare le proprie cose a casa altrui è sempre un onore,

è sempre un piacere, perché

non c'è classifica, non c'è alto e basso, eccetera.

È sempre veramente un piacere.

Il piacere, è tutto nostro, come si dice in queste occasioni, niente

di più vero?

Se volete sapere dove trovare Franco, io penso che non ci sia

nient'altro da dirvi se non frustarvi sulla schiena, perché basta semplicemente andare

a cercare Franco Solerio e Digitalia e trovate tutto quanto.

Insomma, è un pilastro del podcasting, siete qua con noi ad ascoltare

il podcast, non potete non conoscerlo.

Quindi evito anche di dove andarlo a trovare, perché sarebberamente come dire

dov'è il pronto soccorso in una città.

È impossibile non saperlo.

Franco Solerio, Digitalia.

Insomma, ogni martedì ve lo trovate nelle cuffie, una puntata circa di

un'ora e mezza dove si raccontano le notizie del momento della settimana

con un commento decisamente molto tagliente, molto interessante e anche informativo.

Che è la parte, secondo me, più interessante per chi sta da

questa parte da ascoltare, che capisce molte cose di come vanno anche

le decisioni in quel dell'informatica che non è mai semplice, anche per

esempio, discutere del perché c'è un po' di maretta in quel di

Twitter in questo periodo, voi ascoltate che dovrebbe essere spero già passata

la maretta, ma in questo momento in cui stiamo registrando lì da

Twitter con Elon Musk, non se la vedono tanto bene.

E se volete sapere cosa sta succedendo, potete andare tranquillamente ad ascoltare

Digitalia che ve lo spiega tranquillamente e in modo tale che sia

comprensibile da tutti.

Se volete supportarci, ormai la mia vista ha incominciato a quest'ora a

perdere e quindi devo iniziare ad alzare la luminosità.

Se volete supportare il podcast, vi chiediamo sempre come

sempre di lasciarci una recensione su Apple Podcast o su Spotify o

dove vi capita.

Non c'è bisogno di scrivere dei poemi, bastano anche 5 stelline, bastano

e avanzano.

L'importante è dare un contributo a questi due matacchioni che vi raccontano

di informatica con la tecnologia Apple e come divertirsi nella propria professione.

Se volete proprio sapere come si fa, perché non sapete come si

fa una recensione, trovate il link all'interno delle note della puntata.

Se volete scriverci qualcosa del tipo invitate un'altra volta Franco Solerio, oppure

fate una puntata di due podcast con solo Franco Solerio.

Basta che scrivete un'email a scrivi.

it.

Invece, per quanto riguarda tutto quello di cui abbiamo discusso con Franco,

troverete un nutrito elenco all'interno delle note dell'episodio, con gli argomenti che

vi abbiamo trattato, e delle parti hardware e software di cui abbiamo

menzionato.

Se volete andarlo a vedere, c'è la pagina internet a2podcast.it

48, se non ricordo male.

Dove ci potete trovare Franco Solerio, l'abbiamo detto prima, non possiamo dire

nient'altro che Franco Solerio Digitalia.

C'è anche una se non ricordo male, per quanto riguarda Digitalia, c'è

anche un vostro ascoltatore che ha fatto un motore di ricerca degli

argomenti che ci sono all'interno di Digitalia.

Ricordo bene

del giorno.

A fine trasmissione.

Noi presentiamo i Gingili, cioè hardware, software e letteratura.

E un ascoltatore ha fatto la Gingilopedia.

La gingilopedia, giustamente, bellissima, veramente una trovata geniale!

E molti dei gingilli sono veramente delle cose spettacolari.

Tant'è che gli ascoltatori si chiedono anche come fate a trovarli, lo

sapete solo voi.

Non vogliamo sapere i segreti perché, se no, non ci divertiamo più.

Però complimenti, trovate delle chicche in giro che sono spettacolari.

Grazie.

Per quanto mi riguarda, mi trovate invece sul mio blog personale, Mac

e architettura all'indirizzo mark.net.wordpress.com.

Sul mio podcast personale Snap Architettura Imperfetta.

Dove vi racconto appunto della coevoluzione della professione dell'architetto

con la tecnologia che utilizza.

Mi trovate anche sul blog ufficiale di Grafisoft Italia, dove vi parlo

di Beam ed Archicad.

E anche sul podcast ufficiale, sempre di Graphisoft Italia, dove intervisto invece

le persone che parlano e utilizzano Archicad come software di Beam Autoring

nel loro lavoro.

Invece, il nostro simpatico avvocato Filippo, oltre a trovarlo in tribunale, dove

lo troviamo?

Avocate Mac.

E siccome tu mi rompi le scatole, su

mensilmente faccio il podcast Compendium che è legato ovviamente al sito.

Quindi insomma, dove racconto un po' le mie esperienze tecnologiche da avvocato

smanettone, mettiamoli in questi termini.

Quindi, grazie a Franco ancora una volta.

Un grosso abbraccione a Franco per il tempo che ci ha dato,

ci ha regalato e per le parole che ha speso in due

podcast, e noi ci risentiamo magari fra un paio di settimane.

Ciao a tutti, alla prossima.

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